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Coltivare la partecipazione


La partecipazione dei cittadini al benessere delle comunità
è un prodotto storico dell’intreccio fra fermenti sociali e cornici normative

C’è un filo che attraversa la storia italiana dal dopoguerra ad oggi: lo sviluppo di forme sempre nuove di partecipazione.
Dalle reti spontanee della ricostruzione alle grandi riforme degli anni Settanta, dalla crisi dei partiti storici fino alla stagione del volontariato organizzato e del Terzo settore, la partecipazione dei cittadini alla vita collettiva non è mai stata solo espressione culturale o morale, ma anche il risultato di scelte politiche e normative.
Le leggi, in alcuni momenti storici, hanno saputo anticipare la società, trasformando pratiche comunitarie diffuse in strumenti di diritto pubblico.
Oggi, con la riforma del Terzo settore e lo sviluppo dell’Amministrazione condivisa, si apre una possibilità di partecipazione adulta e corresponsabile — a condizione che istituzioni e cittadini imparino di nuovo a fidarsi e a collaborare.
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La partecipazione in Italia: dalla ricostruzione del dopoguerra all’amministrazione condivisa dei beni comuni
1. Il dopoguerra e la partecipazione “naturale”
Nell’immediato dopoguerra la partecipazione è diffusa, spontanea, quasi naturale.
Le persone si mobilitano per la ricostruzione materiale e morale del Paese, spesso attraverso reti informali, parrocchie, cooperative di consumo, società di mutuo soccorso, sindacati. 
È una partecipazione intensamente vissuta ma deregolata, che nasce dalla spinta collettiva alla rinascita, prima ancora che da diritti codificati.
Durante il boom economico, questo slancio si traduce in un’idea di progresso condiviso, ma non ancora in una partecipazione istituzionalizzata, se non tramite i partiti, che sono i corpi intermedi più organizzati, ampiamente diffusi sui territori, con sezioni che diventano centri di formazione politica e sociale e luoghi di partecipazione
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2. Gli anni Settanta: la stagione dei diritti e della partecipazione regolata
I movimenti del ’68 e degli anni successivi trasformano l’energia sociale diffusa in domanda di diritti e riconoscimento istituzionale.
Le istituzioni rispondono, e gli anni Settanta diventano la grande stagione della partecipazione normata e organizzata:
• la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (1978), con la partecipazione dei cittadini nei consigli sanitari locali;
• la legge 180/1978, che abolisce i manicomi e introduce l’assistenza psichiatrica territoriale, frutto della rivoluzione culturale e civile di Franco Basaglia;
• l’obbligo scolastico fino alla scuola media (unificata dal 1962), i decreti delegati del 1974, che introducono la partecipazione dei genitori e degli studenti alla vita scolastica;
• l’integrazione degli alunni disabili (legge 517/1977, che abolisce le classi differenziali);
• lo Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), la scala mobile e i consigli di fabbrica.
• la pensione sociale (1969)
È un decennio in cui la partecipazione diventa parte della costruzione dello Stato democratico.
Il principio di uguaglianza, sancito dalla Costituzione, trova attuazione nella possibilità di partecipare alla vita pubblica, al lavoro, alla salute, all’istruzione.
In questa fase lo Stato diventa il principale garante del diritto alla partecipazione: la cittadinanza si costruisce attraverso lo sviluppo delle istituzioni pubbliche. Il ruolo dei partiti tradizionali è ancora centrale.
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3. Anni Ottanta: riflusso e metamorfosi
Gli anni Ottanta segnano un riflusso: la frammentazione dei corpi soociali, il ritorno all’individualismo, la retorica della “Milano da bere”, il Craxismo e la progressiva delegittimazione del pubblico aprono la strada a un nuovo modello sociale centrato sul consumo e sul successo personale. La distanza fra i partiti e i problemi dei cittadini si amplia. Gli iscritti cominciano un calo inarrestabile  e le sezioni si svuotano.
Mentre la politica arretra, l’associazionismo e la cooperazione sociale crescono.
È la stagione in cui prende forma un nuovo tessuto civile, meno ideologico e più operativo: comitati, cooperative, gruppi di volontariato.
Questa partecipazione “dal basso” troverà un riconoscimento normativo nei decenni successivi.
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4. Gli anni Novanta: la stagione delle leggi sul Terzo settore
Negli anni Novanta crolla la prima repubblica e i partiti tradizionali si trasformano, con la personalizzazione dei leader e la chiusura delle sedi diffuse sui territori. Contemporaneamente, lo Stato riconosce la pluralità dei soggetti della società civile:
• la legge 266/1991 sul volontariato, e l’istituzione dei Centri di Servizio per il Volontariato (CSV), che consolidano la funzione pubblica dell’impegno civico.
• la 381/1991 sulle cooperative sociali,
• la 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale,
Parallelamente, la legge Amato (1990) e le successive riforme del sistema bancario creano le fondazioni di origine bancaria, che diverranno attori rilevanti del sostegno alle iniziative sociali (pur dentro la logica competitiva dei bandi).
In questa fase, la partecipazione si istituzionalizza in soggetti collettivi: cittadini attivi, certo, ma prevalentemente impegnati in organizzazioni sociali riconosciute.
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5. A cavallo dei due secoli: la programmazione partecipata
Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, due leggi aprono un nuovo spazio di collaborazione fra istituzioni e Terzo settore (e di coprogettazione ante litteram):
• la legge 285/1997 (con l’istituzione del fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza),
• e la legge quadro 328/2000, che istituisce i Piani di Zona come strumento di programmazione territoriale condivisa.
In molte regioni questi strumenti favoriscono la partecipazione programmata tra enti pubblici, cooperative e associazioni.
Ma la riforma costituzionale del 2001, pur introducendo il principio di sussidiarietà, nell’art.118, affida le competenze sociali alle regioni, frammentando il quadro nazionale.
Così, in assenza di politiche regionali coerenti (come, per esempio, in Lombardia), i Piani di Zona tendono a svuotarsi come contesti di coprogrammazione e coprogettazione, per diventare semplici distributori di (scarse) risorse. La partecipazione si indebolisce.
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6. Dal 2000 ad oggi: crisi e nuove possibilità
Nei primi vent’anni del nuovo secolo, il mondo della partecipazione entra in una crisi silenziosa. I partiti non sono più soggetti di pratiche partecipative: il calo dei votanti denuncia con chiarezza l’allontanamento dei cittadini da questa forma di partecipazione.

Nel contempo, le piccole associazioni faticano a reggere il peso burocratico/amministrativo e la rarefazione delle risorse, i grandi soggetti cooperativi si professionalizzano e si concentrano sulla sola gestione dei servizi, perdendo in parte la dimensione politica e comunitaria.
La partecipazione sembra ridursi a procedure, a episodi, a momenti rituali (come, per esempio, molte consulte di quartiere) spesso ridotti a mini-parlamentini senza alcun potere, o a rissose assemblee di reciproche accuse.
Eppure, in questo momento di grande impoverimento emergono due innovazioni normative che riaprono spazi nuovi:
• il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni (promosso da Labsus, accolto dal Comune di Bologna nel 2014, oggi approvato da oltre 300 Comuni italiani, fra cui Cologno Monzese),
• la Riforma del Terzo settore, con il Codice del Terzo settore (2017), che contiene la coprogrammazione e la coprogettazione (art. 55).
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Nuove possibilità, nuovi apprendimenti
Questi strumenti segnano un cambio di paradigma: la partecipazione non è più solo consultiva o rivendicativa, ma diventa co-decisione, co-produzione, co-responsabilità: l’Amministrazione condivisa.
Ma perché questa potenzialità si realizzi, serve un cambiamento culturale e organizzativo profondo che coinvolga tre soggetti: le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni sociali e i cittadini attivi.
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1. Le amministrazioni pubbliche
Per i Comuni — come Cologno Monzese, dove oggi l’amministrazione condivisa inizia a prendere forma — il cambiamento richiesto è radicale.
L’amministrazione deve imparare ad abbandonare la postura del “controllore” o del “committente” e assumere quella del “regista”, facilitatore di processi collettivi.
Non si tratta più di emanare bandi, o di affidare incarichi o appalti, ma di costruire tavoli, alleanze, patti.
Serve una nuova capacità di ascolto, la disponibilità a riconoscere nei cittadini e nelle organizzazioni portatori di conoscenza e non solo di bisogni.
Sul piano organizzativo, ciò significa:
• semplificare procedure e linguaggi;
• riformulare la logica della rendicontazione, che non può misurare solo la spesa ma deve restituire senso e relazione;
• investire nella formazione dei funzionari, affinché imparino a gestire processi collaborativi e non solo atti amministrativi.
È una rivoluzione di cultura istituzionale, che trasforma la pubblica amministrazione in soggetto di cura della comunità.
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2. I cittadini organizzati: associazioni e cooperative
Per le organizzazioni del Terzo settore, la riforma e il regolamento dei beni comuni aprono la possibilità di tornare ad essere luoghi di pensiero, non solo di gestione.
La coprogettazione offre loro la chance di co-definire le politiche sociali, ma chiede in cambio:
• di superare la cultura della competizione, dilagata in questi anni di progettazioni su bando, e di ricostruire reti di collaborazione;
• di investire nella capacità riflessiva, nel monitoraggio qualitativo e nel dialogo inter-organizzativo;
• di riconnettere la propria identità professionale a quella civica, recuperando la tensione politica originaria dell’impegno sociale.
La sfida, in sintesi, è tornare a essere agenti di cambiamento e non solo prestatori di servizi.
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3. I cittadini attivi non organizzati
Per i cittadini singoli o i gruppi informali, il regolamento per l’amministrazione condivisa introduce un’innovazione di grande rilievo: la possibilità di collaborare direttamente con le istituzioni attraverso i patti di collaborazione.
Questo consente di riconoscere e valorizzare forme di impegno civico quotidiano — la cura di uno spazio, l’animazione di un quartiere, la gestione condivisa di un bene — senza dover passare per la mediazione di un’organizzazione.
Ma per i cittadini questo implica un apprendimento civico:
• accettare la dimensione pubblica delle proprie azioni, con responsabilità e trasparenza;
• comprendere che la cura di un bene comune è anche una forma di governo, non solo di volontariato;
• e soprattutto, imparare a lavorare con l’amministrazione invece che contro di essa, in una logica di fiducia reciproca che rompa la storica diffidenza tra cittadini e istituzioni.
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Verso una nuova ecologia della partecipazione
In conclusione, la partecipazione dei cittadini alla vita sociale e comunitaria è una questione di cultura civica, ma anche di contesto normativo: dipende da come lo Stato riconosce e struttura la possibilità di intervenire nella sfera pubblica.
Ciò che consente questa continua contaminazione fra istituzione e istanze comunitarie è la possibilità di rappresentanza di queste istanze negli ambiti deputati alla legislazione, elemento essenziale della democrazia.
Vale infatti la pena ricordare che i momenti di maggiore avanzamento normativo nella storia della partecipazione — dalla legge 266/1991 fino alla riforma del Terzo settore del 2017 — non sono frutto di processi tecnici, ma dell’ingresso nelle istituzioni di persone che provenivano da esperienze dirette di cittadinanza attiva.
Figure come Maria Eletta Martini, Luigi Bobba o, in altra forma, Franco Basaglia, hanno portato nel linguaggio della legge il sapere implicito dell’associazionismo e della comunità, trasformando pratiche di prossimità in strumenti di diritto pubblico.
È il segno che, quando la politica è attraversata da esperienze vive della società, la normativa può armonizzarsi o addirittura anticipare la cultura diffusa, aprendo sentieri che la società stessa poi impara a percorrere.
Questi due dispositivi — il regolamento dei beni comuni e la riforma del Terzo settore — contengono gli strumenti dell’Amministrazione condivisa: coprogrammazione, coprogettazione, patti di collaborazione, che disegnano insieme una nuova ecologia della partecipazione, fondata su prossimità, corresponsabilità e fiducia.
Dopo decenni di partecipazione delegata o burocratizzata, si apre la possibilità di una partecipazione adulta e relazionale, capace di abitare la complessità e di riconoscere la dimensione organica dei processi sociali.
La sfida è passare da una partecipazione pianificata a una partecipazione coltivata:
garantita sì dalla legge, ma resa possibile da contesti istituzionali e sociali che ne riconoscono la vitalità.
Solo così la partecipazione torna a essere ciò che è stata nei suoi momenti migliori: una forma di generatività collettiva, un modo con cui le società e le comunità si prendono cura di sé stesse, immaginano e realizzano il proprio futuro.

Una poesiola rimodernata

Cominciarono col vietare i rave, e io fui contento,

perché la musica a palla e lo sballo non mi piacciono,

poi deportarono in Albania gli immigrati irregolari

e pensai “finalmente!” perché sono davvero troppi,

Poi vietarono gli scioperi che bloccano le strade

e io approvai, perché devo poter andare a lavorare,

poi denunciarono quelli che coloravano i palazzi del potere

e io fui contento, perché l’arte è il nostro patrimonio e va difesa,

poi misero a tacere i giornalisti scomodi,

e io neppure me ne accorsi, perché non li seguivo,

poi misero in galera chi faceva sit-in alle manifestazioni per il clima,

 e pensai che facevano bene, perché del clima non mi frega niente,

alla fine vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Davvero vogliamo il nucleare?

Grazie all’associazione “Laudato si’ – un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia ambientale”, pochi giorni fa ho potuto assistere ad una lectio magistralis del premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi.

La lezione era promossa dall’associazione “SI’ alle rinnovabili, NO al nucleare” e aveva per titolo “Energie rinnovabili per l’autonomia energetica dell’Italia, il nucleare che c’entra?”.

Naturalmente, vista la qualità del relatore, è stata un’ora di lezione densa e molto interessante. Chi ne volesse la registrazione integrale, può inviarmi un messaggio e manderò il link.

Diversi sono gli aspetti interessanti affrontati. Il costo, l’inevitabile intermittenza delle rinnovabili, la necessità di comprare dalla Cina gli elementi per il fotovoltaico, i problemi di sicurezza delle centrali nucleari  … Cercherò di riassumerli e approfondire con dati, via via, in alcuni post, iniziando oggi dal tema del costo delle varie fonti. Ecco una tabella riassuntiva:

Confronto tra il costo di alcune fonti di energia (2022-24, LCOE)

Fonte energeticaCosto medio (€/kWh)Note principali
Fotovoltaico (utility scale)0,02 – 0,06Costi in forte calo, più bassi in Sud Italia
Fotovoltaico (residenziale)0,08 – 0,14Dipende da taglia e autoconsumo
Eolico onshore0,03 – 0,07Maturo e competitivo
Eolico offshore0,08 – 0,14In calo, ma ancora costoso
Idroelettrico (grande scala)0,03 – 0,07Basso costo, ma limitato in espansione
Mini/micro idroelettrico0,06 – 0,12Costi più alti per kWh
Biomasse solide / biogas0,09 – 0,14Alta variabilità, spesso supportate da incentivi
Geotermia0,05 – 0,10Stabile ma geograficamente limitata
Gas naturale (CCGT)0,07 – 0,12Dipende da prezzi del gas e CO₂
Carbone0,08 – 0,14In declino per costi ambientali
Nucleare (nuove centrali)0,10 – 0,18Costi alti e lunghi tempi di realizzazione

 Fonti:

  • IRENA – International Renewable Energy Agency, Renewable Power Generation Costs in 2023
  • IEA – International Energy Agency, World Energy Outlook 2023
  • GSE – Gestore dei Servizi Energetici (Italia), Rapporti statistici 2022–2023
  • RSE – Ricerca Sistema Energetico, report tecnici su fonti rinnovabili e bilanci energetici
  • BloombergNEF e Lazard (Levelized Cost of Energy Report v16, 2023)

Note:

LCOE = Levelized Cost of Energy, comprensivo di costi di installazione, gestione, e produzione su tutto il ciclo di vita

Utility scale = dimensione industriale

CCGT = ciclo combinato (più efficace e con meno emissioni)

Considerazioni:

Risulta evidente che le rinnovabili sono le fonti di energia più convenienti, dal punto di vista economico. Facciamo i conti per una famiglia media Italiana, che consuma circa 3.000 kWh/anno di energia elettrica, confrontando la spesa per energia prodotta da fotovoltaico con quella prodotta da centrali nucleari.

☢️ Energia Nucleare (nuove centrali, costo medio 0,14 €/kWh)

  • 3.000 kWh × 0,14 €/kWh = 420 € all’anno

☀️ Fotovoltaico (utility scale, costo medio 0,04 €/kWh)

  • 3.000 kWh × 0,04 €/kWh = 120 € all’anno

Nota importante: Questi sono costi di produzione, non le tariffe finali pagate in bolletta, che includono tasse, oneri di sistema, distribuzione ecc. Tuttavia, la fonte di produzione incide profondamente sui prezzi e si può concludere che scegliere fotovoltaico a larga scala come fonte prevalente potrebbe ridurre di oltre il 70% i costi di produzione per le famiglie, con impatti positivi anche sull’indipendenza energetica e la sostenibilità ambientale.

Possiamo quindi affermare che dal punto di vista dei costi non appaiono comprensibili le scelte di disinvestimento sul fotovoltaico e la continua proposta di investimento sul nucleare. Vedremo in seguito altri aspetti. Alla prossima

Cop 26. e adesso?

Il miglior compromesso possibile (Sharma) o solo bla bla bla (Greta)?

Entrambi hanno ragione, credo: questi governanti non sono in grado di fare di più, per motivi culturali, economici, politici, di consenso.

Ma, soprattutto, il tema non è “solo” la minaccia della scomparsa dell’umanità (o, almeno, della civiltà occidentale per come la conosciamo), il tema è la necessaria e irrimandabile conversione (non solo transizione!) ecologica.

Conversione che significa cambiare il modello di sviluppo. Come dice F. Capra: “La grande sfida della nostra epoca è la costruzione e il mantenimento di comunità e società che funzionano in modo tale da non interferire con l’intrinseca capacità della natura di sostenere la vita.” Questa è la conversione ecologica.

Conversione ecologica significa combattere l’estrattività di valore che guida il nostro modo di produrre e il funzionamento stesso della società: si estrae petrolio dalla terra come si estrae lavoro dalle persone. Questa cultura produce scarti: gli scarti sono le cose e le persone da cui non vale la pena di estrarre.

L’educazione ecologica è la comprensione dei principi organizzativi che gli ecosistemi naturali hanno sviluppato per sostenere la rete della vita.

La comprensione sistemica della vita (interdipendenza, ciclicità, tempi, diversità, autopoiesi, strutture dissipative …) è il fondamento cognitivo del nostro sforzo per andare verso un futuro sostenibile.

Sarà una lunga marcia.

Il teletrasporto è già qui

Il teletrasporto è già qui

Quando Pietro entrò nella cabina, il sole stava tramontando e le luci dei lampioni si riflettevano sul calmo specchio della darsena. I locali dei navigli cominciavano ad animarsi. A Parigi sarà già buio – pensò – però il Louvre è sempre aperto, ormai. Segnò le coordinate sullo schermo e toccò il pulsante verde. Aprì la porta della cabina, scrollandosi di dosso lo strano senso di vertigine e il formicolio tipici del teletrasporto: la piramide di vetro era lì a due passi. Si diresse verso l’entrata del museo….

Non succederà così. Malgrado la sovrapposizione quantistica, l’entanglement, il gatto di Schroedinger, e tutte le stranezze delle particelle elementari, il teletrasporto non avverrà in questo modo.

Però, in qualche modo, sta già avvenendo (e non ce ne siamo accorti).

Da quando l’umanità ha inventato il cannocchiale e il microscopio, la nostra capacità di percezione ha superato i limiti del troppo piccolo e del troppo grande: i limiti dell’impercettibile. Siamo poi riusciti a superare altri confini della percezione: “vediamo” l’invisibile: l’infrarosso, l’ultravioletto, “sentiamo” gli infrasuoni, gli ultrasuoni; rileviamo i raggi x, fotografiamo le stelle di neutroni, le sorgenti gamma[1]….

Oggi, poi, possiamo teletrasportare la nostra voce, i nostri volti, il nostro sguardo, con le videochiamate: “visitare” una persona che sta a Mosca, a Parigi o in Australia. Prendiamo come esempio le visite ai musei: possiamo visitarli virtualmente, ormai quasi tutti quelli più importanti, sul nostro computer, a casa, a volte con un percorso modulabile secondo i nostri interessi.

Siamo a un passo dal teletrasporto vero e proprio. Cosa manca, però? Perché queste visite virtuali ci lasciano delusi? Proviamo ad andare, virtualmente, nella Cappella Sistina: http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html

Bellissime immagini. Spostamenti intuitivi. Zoomate accettabili. Emozione? Zero.

Cosa manca?

Vediamo prima di tutto cosa manca di sicuro, in termini oggettivi. Manca l’autonomia del movimento, la scelta dello sguardo, manca la profondità di campo, la sfocatura dello sfondo, mancano gli odori, i suoni, i passi, manca la spiritualità del luogo[2].

Eppure, i progressi recenti sono sensazionali. La realtà virtuale viene usata soprattutto per giocare (anche i primi cannocchiali, del resto, finché Galilei non ne capì l’importanza, per scopi militari (prima) e per le osservazioni astronomiche (poi)), ma le potenzialità di questi strumenti sono colossali.

Proviamo a modificare il racconto introduttivo:

Pietro rientrò a casa, si mise al computer e prenotò la sua visita al Louvre. Indossò il casco visore e prese i comandi del robot visitatore. Questo si spostava silenziosamente fra le sale del museo; ad ogni movimento del capo di Pietro il robot rivolgeva a destra o a manca il suo “sguardo”, avanzava o si fermava, zoomando, sul quadro scelto. Pietro non si accorse neppure dello scadere delle due ore: era fermo davanti alla Gioconda da un bel po’, quando il segnale si interruppe. Con la mente piena delle meraviglie viste, si diresse verso i navigli, per l’aperitivo con gli amici.

Ma il bello è che tutto questo è già possibile! (o quasi). Esistono i visori per la realtà virtuale, esiste l’head tracking (i comandi con i movimenti del capo) e addirittura l’eye tracking, che controlla lo sguardo e sfoca lo sfondo. Esistono i robot, con movimenti e videocamere che simulano il movimento e la vista degli umani e possono rilevare e trasmettere fedelmente anche i suoni (più complicato per gli odori, ma nei caschi visori si potranno avere effetti di profumo di museo, o di stalla, o di bosco, a seconda della nostra meta).

In pratica non si può teletrasportare il corpo, ma si può teletrasportare la coscienza, l’attenzione cosciente. Già lo facciamo, in realtà: stiamo parlando in videochiamata con il figlio che sta a Londra e, insieme, con la moglie nella stanza accanto; suona il telefono e “ci spostiamo” ancora. Siamo multitasking, il che non significa che facciamo queste cose contemporaneamente, ma che la nostra attenzione cosciente salta dall’una all’altra, istantaneamente, da Milano a Londra.

Nel 1896 la proiezione di un film dei fratelli Lumiere di un treno che entra in stazione provocò la fuga degli spettatori. Era un film in bianco e nero, muto. Non stiamo parlando di ominidi dell’età del bronzo, e neppure di medioevo: nel 1896 mia nonna aveva dieci anni! Oggi dobbiamo riconoscere che stanno avvenendo mutazioni evolutive frenetiche.

Oggi, con le videochiamate e le visite virtuali, la nostra mente “non ci casca”, riconosce queste attività come evoluzioni della telefonata e dei volumi di riproduzione d’arte, piuttosto che prodromi del teletrasporto. Ma la realtà virtuale riesce a dare l’illusione di essere in un altrove.

Illusione? Siamo sicuri?

Riprendiamo da Pietro durante la sua “visita” al Louvre: dov’è davvero Pietro? Seduto sul suo divano con un casco visore sulla testa, o in piedi davanti alla Gioconda?

Dove sono “io”? Sono dove si trova fisicamente il mio corpo o dove percepisce di essere la mia mente cosciente?

Sono interrogativi interessanti, e anche, in qualche modo, inquietanti.

Già diversi autori hanno sottolineato come gli smartphone, nelle mani dei millennials, non siano uno strumento, ma piuttosto un’estensione del corpo. Realtà virtuale e realtà aumentata stanno entrando nel nostro modo di relazionarci con il mondo, con le cose, con la manifestazione.

La connessione permanente è un cambiamento antropologico. Le recenti acquisizioni di nuove conoscenze nel campo delle neuroscienze, a partire dalla scoperta dei neuroni specchio, dicono che la relazione è alla base della costruzione dell’identità, fin dal livello neurologico. Noi esistiamo in quanto ci relazioniamo con il mondo.

Come afferma l’interpretazione relazionale della fisica quantistica, nulla esiste se non nell’interrelazione. “Le particelle elementari non sono cose, ma probabilità, e non probabilità di cose, ma di relazioni”, dice Fritjof Capra.

Baricco, in “The Game” usa l’efficace definizione di oltremondo per la realtà accessibile attraverso il web: una realtà non meno reale di quella, più consueta, dell’esperienza cosciente.

Inevitabilmente, fra pochi anni, un “turista” cinese potrà visitare gli Uffizi alle “sue” 10 di mattina (le 3 di notte a Firenze), noleggiando (a un prezzo accessibile, speriamo) uno dei robot del museo e mettendosi in testa un casco, mentre un viaggio in aereo in Italia, fra pochi anni, costerà più di 10 volte il prezzo attuale.

Grandi domande si pongono: la sua mente sarà convinta di essere a Firenze o manterrà la consapevolezza della collocazione spaziale del corpo, come capita ora con le connessioni a distanza? E, nel primo caso, sarà un inganno? O la realtà? La sua mente sarà davvero a Firenze?

E, infine, tutto ciò costituisce l’irruzione della sovrapposizione quantistica nella vita quotidiana? Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

[1] Certo, abbiamo ancora qualche problema con i neutrini, o con le onde gravitazionali, e, probabilmente, con altre cose di cui non abbiamo né percezione, né conoscenza alcuna e di cui non possiamo neppure supporre l’esistenza: l’impercettibile è anche inimmaginabile!

[2] Su quest’ultima caratteristica c’è poco da fare. Per chi “sente” la spiritualità di un luogo occorre esserci (e se qualcuno non ci crede, lo invito ad una visita all’Eremo delle carceri, ad Assisi).

 

Valutare l’innovazione sociale – parte XI

Alcune considerazioni (poco) conclusive.

In entrambi i casi presentati si può mettere in luce come la difficoltà principale sia quella del “trasferimento” della fiducia fra sistemi confinanti ma non comunicanti. L’allargamento dei confini dei sistemi è uno degli aspetti da considerare, insieme alla loro permeabilizzazione: nelle cellule organiche, per analogia, le membrane, che le delimitano, costituiscono un confine semipermeabile, che svolge il compito fondamentale di lasciar passare alcuni elementi e bloccarne altri.

Si può, allora, con grande modestia, sperimentare alcune piste di lavoro che possano costruire delle modellizzazioni provvisorie, attraverso progettazioni sperimentali di microinterventi sociali.

Molto sinteticamente, cerco di delineare alcuni passi da porre alla base di queste sperimentazioni, finalizzate all’accrescimento e alla misurazione del patrimonio fiduciario interno dei sistemi sociali, sia per quanto attiene la progettazione, sia per quanto attiene alla valutazione.

  1. Prima di tutto occorre Individuare i confini dei sistemi coinvolti (spesso numerosi). Chi sta dentro questi confini e quali scambi con l’ambiente avvengono.
  2. Vedere se e come questi confini possono essere ampliati o comunque attraversati da comunicazioni culturalmente recepibili da sistemi diversi, fino alla possibile interconnessione.
  3. Costruire attività finalizzate consapevolmente a questo scopo, cioè a contaminare le comunicazioni, trasferendo livelli di fiducia superiori dai sistemi che ne hanno di più ai sistemi che ne hanno meno.
  4. Misurare, con strumenti adeguati il livello di fiducia interpersonale presente all’interno dei sistemi coinvolti. Ovviamente queste misurazioni vanno fatte in più momenti, tenendo monitorato lo sviluppo del processo.

Le tipologie di progetto, gli obiettivi specifici e i risultati attesi possono essere molto diversi (come ben visibile nei due esempi riportati) e il disegno valutativo risentirà di queste diversità. Ma di volta in volta, si potrà costruire una serie di semplici dispositivi che permettano di rilevare il grado di fiducia presente nei sistemi coinvolti e i cambiamenti apportati in queste misurazioni da interventi finalizzati a questi esiti.

Occorrerà, infine, poter mettere in relazione i cambiamenti rilevati nei sistemi circa il livello di fiducia, con i cambiamenti “hard” rilevati tramite il processo di valutazione sui risultati specifici attesi per quello specifico intervento/progetto.

Questa fase, delicata, contiene l’annoso problema dell’attribuzione. Cioè della possibilità di attribuire con certezza i cambiamenti misurati all’intervento effettuato ed oggetto della valutazione.  Per quanto detto finora, ritengo che questo passaggio debba essere, se possibile, effettuato tramite meccanismi sperimentali randomizzati con approccio controfattuale.

Un impianto valutativo così descritto potrà mettere in luce le connessioni fra le attività svolte, i cambiamenti rilevati nel livello di fiducia, i cambiamenti rilevati in relazione ai risultati attesi ed auspicati dal progetto.

Verificare possibili applicazioni di questa teoria del cambiamento mi sembra una sfida interessante.

Indicazioni bibliografiche

Sui temi presentati si trovano numerosi riferimenti in letteratura, anche se, spesso, non specificamente orientati allo studio dei sistemi sociali. Cerco di dare un panorama dei testi che mi hanno permesso di costruire le mie riflessioni. Molti sono testi letti e riletti dagli anni ’70, altri sono più recenti. Non ho elencato i paper recenti sulla valutazione e l’innovazione sociale, in quanto sono davvero troppi, e comunque reperibili facilmente in rete. Non ho neppure messo le classiche indicazioni bibliografiche (editore, ecc.) in quanto con titolo ed autore, in biblioteca o su Internet si possono rintracciare tutte le informazioni utili a un eventuale approfondimento. L’anno di prima pubblicazione serve per contestualizzare i volumi nel periodo storico da cui sono scaturiti.

  1. Democrazia ed educazione – John Dewey – 1916
  2. Che cos’è la vita – Erwin Schroedinger – 1943
  3. Mutamenti nelle basi della scienza – Werner Heisemberg – 1944
  4. Summerhill – Alexander Neill – 1960
  5. Lettera a una professoressa – don Lorenzo Milani – 1967
  6. Pragmatica della comunicazione umana – – Paul Watzlawick e altri 1967
  7. La fiducia – Niklas Luhmann – 1968 – rivisto nel 1989
  8. Autopoiesi e cognizione – H.Maturana e F.Varela  – 1970
  9. Modelli matematici della morfogenesi – Renè Thom – 1971
  10. Le radici del caso – Artrhur Koestler – 1972
  11. Change – Paul Watzlawick e altri – 1974
  12. Il tao della fisica – Fritjof Capra – 1975
  13. L’atto della creazione – Arthur Koestler – 1978
  14. Mente e natura – Gregory Bateson – 1979
  15. La nuova alleanza – Ilya Prigogine – 1979
  16. Parabole e catastrofi – conversazione con Renè Thom – 1980
  17. Il punto di svolta – Fritjof Capra – 1982
  18. L’albero della vita – H.Maturana e F.Varela – 1984
  19. L’autopoiesi dei sistemi sociali – Niklas Luhmann – 1986
  20. Governare i beni collettivi – Elinor Oestrom – 1990
  21. In un diverso welfare – Ota de Leonardis – 1998
  22. La scienza della vita – Fritjof Capra – 2002
  23. Nuove immagini dell’Universo – Dalai Lama – 2006
  24. L’economia dei poveri – Esther Duflo – 2011
  25. Vita e natura – F. Capra e P.L. Luisi – 2014 

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Valutare l’innovazione sociale – Parte X

Parte X –  dove si presentano un paio di esempi

Valutare i sistemi tramite la fiducia attiva

Tornando al tema della valutazione, spero di essere riuscito a sostenere in modo convincente l’idea che la dimensione da tenere sotto osservazione negli interventi sociali di comunità sia la crescita della fiducia attiva all’interno del sistema, tentando di identificare quei fattori che ne permettono lo sviluppo e la riproduzione.

Questa è l’ipotesi, la cui validità propongo di sperimentare, tramite progetti sociali, anche modesti, ma che si suppongono in grado di introdurre un cambiamento persistente e misurabile nel capitale sociale del sistema in/su cui operano.

Si tratta quindi di impostare e realizzare progetti e impianti di valutazione basati su questa teoria del cambiamento, sull’assunto, cioè, che per ricostruire legami sociali e comunità occorre immettere fiducia nei sistemi sociali.

Quindi occorre programmare attività capaci di far crescere la fiducia in un sistema identificato, misurare il cambiamento ottenuto in questa direzione e connettere questi cambiamenti con i risultati hard previsti dal progetto.

Alcuni esempi possono facilitare la comprensione della proposta, da un punto di vista applicativo. Per miei limiti di esperienza e conoscenza, gli esempi sono riferiti al campo educativo.

Una prima considerazione su due esempi storici: Summerhill di Alexander Neill e la scuola di Barbiana di don Milani. Due esperimenti di educazione innovativa di innegabile successo, nel costruire persone realizzate, cittadini consapevoli ed attivi[1]. Le due proposte educative sono decisamente dissimili: l’una basata sulla libertà assoluta, l’altra sull’intensità del lavoro comune; entrambe, però, nascono da una figura carismatica che concede una fiducia assoluta ai ragazzi. Mi sembra che davvero l’elemento comune sia la presenza, in entrambi i sistemi, di relazioni alimentate da una fiducia incrollabile.

In questi due casi, l’immissione di fiducia nel sistema è principalmente dovuta alla presenza di una persona speciale, che ne garantisce la stabilità; però la continua riproduzione di fiducia nel sistema è un’attività permanente di autopoiesi: in ogni relazione fra i ragazzi, e con gli adulti di riferimento, la cultura del sistema genera e rigenera fiducia.

Ma è possibile progettare comunità fiduciarie, in assenza di figure carismatiche?

Alcuni esempi

Provo a proporre alla riflessione un paio di esempi di progetti, concretamente realizzati, che è possibile analizzare seguendo le indicazioni di questo testo. Sono progetti di dimensioni e durata modesti: difficile applicare dispositivi valutativi complessi, ma è solo per accompagnare la riflessione con esempi concreti.

In una scuola superiore, un’associazione di volontariato propone esperienze significative a ragazzi a rischio di dispersione (o comunque di insuccesso scolastico). Una quindicina di incontri, a cadenza settimanale, in piccoli gruppi, costruiti attentamente. I ragazzi incontrano, sul campo, esperienze e persone, mondi sconosciuti, dalla disabilità all’immigrazione, al commercio equo, alla protezione degli animali e dell’ambiente. Si crea una comunità, un sistema provvisorio, ma in cui i ragazzi sperimentano relazioni e ruoli sono molto diversi da quanto avviene nella vita scolastica quotidiana.

Ma i ragazzi appartengono anche, e più intensamente, al sistema classe III A. Se L. è riconosciuto e identificato come elemento emarginato, per le sue difficoltà nelle relazioni con i compagni, con uno o più insegnanti, o con lo studio, un cambiamento è auspicabile, ma la situazione tende a confermare ogni giorno la sua immagine di ragazzino emarginato. Il sistema III A è strutturato per confermare il suo ruolo. Un cambiamento è difficile e non può accadere senza un intervento dall’esterno! Gli insegnanti e i compagni lo incontrano tutti i giorni e tutti i giorni la sua reputazione è confermata (ineluttabilmente) dal sistema di relazioni in cui è immerso e che lo definisce.

Se L. viene invitato in un percorso diverso, cioè nel progetto che prevede esperienze di volontariato, entra (provvisoriamente ed episodicamente) in un altro sistema, in cui la fiducia è posta come premessa e, quindi gli viene concessa apriori (come abbiamo visto, unico modo per costituire legami fiduciari). In questo nuovo sistema, L. dimostra doti inaspettate, rinuncia ad atteggiamenti aggressivi, partecipa ad un sistema di relazioni diverse (e non tradisce la fiducia concessa!).

Questo indubbio risultato non può, però, venire assunto automaticamente dal sistema classe III A, in quanto i due sistemi sono sostanzialmente impermeabili l’uno all’altro (e il primo, la classe, i compagni, i professori, hanno esperienza e relazioni con L. molto più frequenti e da molto più tempo: difficile mettere in dubbio un’esperienza consolidata).

Questo, nello sviluppo del progetto e nella restituzione degli esiti, da parte dell’associazione alla scuola, si concretizza in una diffidenza reciproca, e nella non accettazione, da parte degli insegnanti, dell’immagine di L. che i volontari riportano, come persona responsabile e affidabile.

La diffidenza degli insegnanti verso i volontari richiama sfiducia da parte dei volontari nei confronti della scuola.

La trasmissione della fiducia non è facile. Che fare?

Secondo esempio. Un progetto importante, di durata triennale, propone di valorizzare le differenze delle persone disabili seguite da un sistema locale di servizi, pubblici e/o affidati al terzo settore, sviluppando una serie di proposte che prevedono un maggior coinvolgimento delle famiglie, del tessuto associativo locale e delle persone con disabilità stesse in processi ed esperienze di apertura e integrazione.

Benché i dirigenti dei servizi facciano parte del gruppo di regìa del progetto, da una parte non trascurabile degli operatori dei servizi stessi il progetto è visto come un aggravio della loro quotidianità, anche quando gli operatori stessi condividono in pieno, almeno teoricamente, la filosofia del progetto (integrazione, valorizzazione delle differenze, ecc.).

Finisce che molte attività specifiche del progetto, che richiedono inevitabilmente un’alta flessibilità nell’impegno (serate, domeniche, ecc.), vengono gestite solo dagli stessi dirigenti che partecipano alla cabina di regìa.

Cosa possiamo imparare da questo esempio? C’è il meritorio tentativo di allargare il perimetro del sistema dei servizi, mettendolo in contatto con quello familiare e con altre realtà (volontariato, associazioni sportive, ecc.).

Ciascun servizio, però, è un sistema in sè, e un sistema che si basa sul rapporto di fiducia con le famiglie, che affidano i propri figli al servizio. Le famiglie si fidano del servizio, soprattutto per la sua capacità di garantire costanza e permanenza, dimostrata nel tempo. Si fidano meno di progetti che oggi ci sono e domani chissà (anche progetti con dotazioni economiche importanti e di durata pluriennale: l’orizzonte di preoccupazione delle famiglie è comunque molto più ampio).

Gli operatori dei servizi, richiesti di attività fuori orario e/o fuori routine, vedono il rischio di un peggioramento della loro condizione lavorativa. Diffidano anche dell’efficacia di queste offerte di attività integrative in merito al processo di miglioramento dei pazienti, di cui sottolineano le individualità diverse, i bisogni particolari, che, a volte, a loro parere (di indubbia competenza), non richiedono affatto l’esposizione a situazioni di integrazione allargata.

La loro diffidenza è rivolta anche al coinvolgimento di volontari (giustamente o meno, non interessa, in questo quadro): vedono il rischio di eventuali danni nell’intervento riabilitativo, dovuti ad approcci dilettanteschi.

L’allargamento del perimetro del gruppo che ha progettato non raggiunge chi opera, concretamente, sul territorio. Che fare?


[1] Sull’esito degli ex-allievi di entrambe le esperienze ci sono diverse ricerche fatte a distanza di parecchi anni, molto interessanti e concordi nel dare una valutazione molto positiva alle proposte educative.

Valutare l’innovazione sociale – Parte IX

La fiducia

Prima di affrontare il tema dei possibili metodi e strumenti per misurare la fiducia, facciamo un affondo sul tema: di cosa parliamo, quando usiamo il termine fiducia?

Si tratta di un termine polisemico, difficile da contenere in un solo significato. Cerco di tracciare i contorni di alcuni utilizzi comuni, prima di approfondire l’aspetto più interessante per le proposte qui avanzate.

Intanto, si può parlare di tre tipi di fiducia:

  • la fiducia in sé stessi, che troviamo utilizzata almeno in due direzioni: da un lato come sinonimo dell’autostima: una caratteristica che riguarda la solidità dell’identità personale; da un altro lato, soprattutto per derivazione da filosofie orientali, come una qualità interiore[1]. Molti autori di entrambe le tendenze la pongono come precondizione per lo sviluppo degli altri livelli di fiducia.
  • la fiducia nelle istituzioni, la cosiddetta “fiducia pubblica”, che riguarda un aspetto fondamentale della convivenza civile: se non ci fidiamo di chi ha il potere di governare la nostra società, se pensiamo che siano incapaci o corrotti, è a rischio la coesione sociale. La fiducia pubblica è attualmente ai livelli minimi, in Italia ma non solo. È una dimensione molto usata dagli studi non strettamente economici sul benessere delle comunità e dei paesi (vedi box);
  • la fiducia interpersonale, che riguarda le relazioni fra le persone e all’interno dei sistemi: è questa la dimensione più interessante per il nostro studio, soprattutto perché è una caratteristica che attiene alla relazione e non alle persone coinvolte: stiamo quindi parlando di una caratteristica emergente del sistema in cui sono immerse le persone. Questo elemento è estremamente rilevante, in ottica sistemica.

Trascurando, per lo scopo di questo testo, l’aspetto della fiducia in sé stessi, vale la pena di approfondire gli altri due aspetti:

La fiducia pubblica (cioè nelle istituzioni) è fortemente in crisi, in Italia, in permanente calo, come emerge con chiarezza dalle rilevazioni annuali dell’Istituto Demos (dati sostanzialmente confermati da altre rilevazioni demoscopiche e dall’OCSE).

Nell’ultimo decennio, resistono il Papa (con un netto aumento di fiducia in Papa Francesco, rispetto al precedente), le Forze dell’ordine, che contendono il primo posto al volontariato (che, in numerose rilevazioni, si attesta intorno all’80%), la scuola (stabile poco sopra al 50%), mentre la Chiesa perde qualche punto, come le articolazioni istituzionali (Regioni e Comuni), mentre gli ultimi (banche, parlamento e partiti politici), confermano l’ormai infimo indice di gradimento.

La fiducia nel volontariato resta un patrimonio di valore inestimabile. Oltre l’80% dei cittadini italiani afferma di avere molta o moltissima fiducia nel volontariato.

Il Volontariato organizzato possiede quindi un capitale inestimabile! Ma occorre davvero ripartire da zero, o quasi, per ricostruire il capitale sociale diffuso, a partire dalle comunità, investendo con parsimonia e oculatezza le risorse di fiducia del nostro patrimonio, tutelandole e salvaguardandole, perché quando il clima di sfiducia è così pervasivo, in un attimo il capitale rischia di disperdersi (come si è visto nei recenti casi relativi alle ONG di rescue dei migranti).

La fiducia interpersonale

Ma veniamo all’aspetto che maggiormente ci riguarda, per gli scopi di questo testo. Anche per quanto riguarda la fiducia nel prossimo, le statistiche danno un quadro estremamente preoccupante

Un altro elemento estremamente critico è evidenziato dal grafico qui sotto riprodotto, che rappresenta il progressivo deterioramento della fiducia nel prossimo: negli ultimi 4 anni l’accordo con l’affermazione “gran parte della gente è degna di fiducia” è passato dal 39% al 35%, al 33% per finire al 28%, con un 67% (pari ai due terzi del campione) che concordano, invece, con l’affermazione “gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede”.

Solo alcune comunità molto fortemente identitarie restano luoghi in cui la fiducia reciproca consente relazioni semplici ed efficaci.

Probabilmente, l’erosione del capitale di fiducia dipende dalla crescente mancanza di sistemi in cui identificarsi e sviluppare senso di appartenenza. La solitudine fa crescere la diffidenza.

Ma perché la fiducia interpersonale è così importante? Spero che la descrizione della sua funzione di catalizzatore nelle relazioni all’interno dei sistemi sociali sia stata convincente, in ogni caso, cerco di riportarne caratteristiche, funzioni e tipicità, attraverso alcuni estratti da “La fiducia” di Niklas Luhmann, l’autore che, a mio avviso, ha affrontato il tema con maggiore profondità e capacità di pensiero (i grassetti sono miei. Nda).

“Dove c’è la fiducia ci sono più possibilità di esperienza e di azione e aumentano sia la complessità del sistema sociale sia il numero di possibilità che esso può conciliare con la sua struttura, poiché con la fiducia abbiamo a disposizione una più efficace forma di riduzione della complessità”.

La fiducia è sempre un investimento a rischio”.

“Il problema del formarsi di relazioni basate sulla fiducia deve essere risolto passo dopo passo…. Sistemi di questo genere hanno bisogno di tempo”.

“È compito di chi ha fiducia definire i termini della situazione: egli deve mettersi nella condizione di essere tradito. La condizione essenziale è che l’altro abbia non solo la possibilità di tradire la fiducia, ma anche un interesse ben preciso a farlo. Per servire da conferma della fiducia accordata, l’accantonamento del proprio interesse, da parte dell’altro, deve presentarsi come un’occasione mancata e non come un semplice differimento del tradimento della fiducia. L’insieme di questi elementi costituisce la prima sequenza nella costruzione della fiducia”.

“Questo processo prende le mosse dall’accettazione di quello che abbiamo definito come “investimento a rischio” che, proprio per il suo carattere di scommessa, non si presta ad essere disciplinato da norme, ma assomiglia piuttosto ad un’azione eroica o sacra …. Non è possibile esigere la fiducia: la fiducia può unicamente essere offerta e accettata.”

“Per chi si fida, la propria vulnerabilità è lo strumento con cui dare vita ad una relazione basata sulla fiducia” … “È solo partendo dalla fiducia che egli ha la possibilità di formulare una norma secondo cui la sua fiducia non deve essere tradita, convincendo l’altro a stare dalla sua parte…. Così, le relazioni basate sulla fiducia non nascono da prescrizioni precedenti, ma possono causare l’emergere di norme a posteriori …. con la funzione di trasformare le condizioni in cui la fiducia nasce in condizioni di persistenza”. (inutile sottolineare la connessione con il termine “sostenibilità”. Nda)

Anche Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, scrive parole importanti sul tema:

“È proprio la fiducia che può creare il legame sociale e generare la comunità: a livello politico la mancanza di fiducia genera una stanchezza nella democrazia e quindi ne mina la credibilità, aprendo lo spazio alla barbarie.”

“Si tratta ora più che mai di rischiare la fiducia a partire dalle nostre relazioni personali, di ribadire la necessità della fiducia come fondamento della vita sociale. “Camminando si apre cammino”, così avendo fiducia si fa crescere la fiducia.”


[1] “se ti fidi di te stesso, ti fidi di tutto, perché ti fidi della vita” “un uomo che si fida, semplicemente si fida: se è ingannato nella sua fiducia, questa non si distrugge, anzi, si rafforza” (non sono particolarmente fan di Osho, cui appartengono queste citazioni, ma mi sembrano esplicative di questo interessante filone interpretativo del termine “fiducia”)

Valutare l’innovazione sociale – parte VIII

Parte VIII – dove si parla di catalizzatori, enzimi e fiducia

La funzione dei Catalizzatori

Oltre alla concentrazione dei reagenti e agli elementi di contesto (temperatura, pressione, ecc.), un fattore decisivo, nei processi chimici, è costituito dai catalizzatori. Questi sono agenti chimici che si accoppiano ai reagenti, poi si sottraggono, a volte vengono prodotti dalle reazioni stesse (così riproducendosi in progressione geometrica, in un fenomeno detto “autocatalisi”). L’interessante è che sono in grado, nella chimica della vita, di selezionare una fra le mille reazioni possibili e di accelerarla fino a miliardi di volte[1].

Facciamo un esempio (estremamente semplificato):

A + B =  P è la reazione considerata: i Reagenti A e B si uniscono e formano il Prodotto P. Questa reazione ha una sua velocità che può essere estremamente diversa, da qualche secondo a diversi secoli. Spesso, in un ambiente ricco di reagenti, accade che la reazione sia bidirezionale, magari con velocità diversa, quindi che alcuni P si scindano nuovamente in A + B. Questo, ovviamente, rallenta la produzione di P.

Può essere che in presenza di un catalizzatore C, però, la reazione si trasformi in due fasi:

A + C = AC     e      AC + B = P + C

Come si vede, il Catalizzatore compare sia in ingresso, sia in uscita. Non viene quindi consumato dalla reazione.

La differenza significativa è però che, rispetto alla prima reazione, la seconda (benché costituita da due fasi) può avere una velocità migliaia, milioni o miliardi di volte superiore (in realtà, fino a 1020, in alcuni casi).

Quindi il primo aspetto da sottolineare dell’azione di un catalizzatore è un’accelerazione molto significativa della velocità di una reazione.

Il secondo aspetto, altrettanto significativo, è che il catalizzatore normalmente non viene consumato dalla reazione (ed è quindi disponibile per nuovi reagenti immessi nell’ambiente).

Il terzo aspetto significativo, se passiamo da un esempio semplificato come il precedente alla realtà biologica o sociale è che in qualunque sistema complesso (biologico o sociale) i reagenti compresenti (molecole o persone) e, di conseguenza, le reazioni possibili sono pressoché infinite. La presenza di un catalizzatore che accelera sensibilmente una di queste reazioni svolge pertanto un compito selettivo: la reazione accelerata diventa sostanzialmente l’unica che davvero si svolge, con effetti e prodotti rilevabili nel breve periodo.

Questo avviene continuamente nel nostro corpo, in tutti i processi vitali di respirazione, digestione ecc. in cui gli enzimi (catalizzatori proteici) sono elemento cruciale.

Se confrontiamo il numero di proteine ed enzimi teoricamente possibili, con il numero di quelli effettivamente sintetizzate in natura dal processo della vita (un rapporto di uno a parecchi miliardi), vediamo che questo processo selettivo si è effettivamente svolto, in miliardi di anni, grazie ai processi autopoietici. Quelle precise proteine sintetizzano quei precisi enzimi e quindi, fra i miliardi di opzioni, sono poche migliaia le proteine effettivamente esistenti in natura e coinvolte nei processi di evoluzione della vita sul nostro pianeta.

Catalizzatori, enzimi e processi sociali

L’esempio del catalizzatore può sembrare lontano dalla nostra esperienza di operatori sociali, ma in realtà non è affatto così: pensiamo a tre persone Tizio, Caio e Sempronio (T, C e S). T ha un rapporto di amicizia e di fiducia con C. Anche S ha un rapporto di fiducia con C, mentre T e S non si conoscono. Se C presenta T a S, il rapporto che si crea fra di loro sarà molto facilitato e accelerato dalla fiducia che entrambi ripongono in C.

Questo avviene continuamente, nella vita reale, fra le persone, nelle associazioni, con le Istituzioni, …. (ricordando che le organizzazioni sono sempre e comunque composte da persone) e influenza sostanzialmente il capitale sociale, le risorse del sistema[2].

Una considerazione estremamente importante, per la nostra analogia con i processi sociali, riguarda l’influenza dei catalizzatori nel bilancio energetico del sistema. Il catalizzatore non produce nuova energia, ma seleziona la reazione specifica in cui viene incanalata l’energia disponibile: la funzione selettiva è cruciale e consente di utilizzare l’energia disponibile in modo strettamente orientato ad una specifica reazione. Se manteniamo l’analogia fra input di energia e finanziamenti per i progetti sociali possiamo pensare che l’input di energia “una tantum” legato al finanziamento a termine debba essere prevalentemente orientato a costruire modalità per utilizzare in modo più efficace gli input di energia non episodici, ma permanenti (le risorse stabili che consentiranno l’attività continuativa).

Se torniamo all’obiettivo prioritario dell’innovazione sociale che è quello di ricostruire relazioni di fiducia, legami sociali, comunità, vediamo che per un progetto sociale assumersi consapevolmente la funzione di catalizzatori delle re(l)azioni sociali può andare a costituire una strategia vincente.

Da quanto detto finora, appare evidente che nel contesto socio-economico attuale il catalizzatore più importante (e oggi sempre più carente) è costituito dalla fiducia. La fiducia, e più precisamente la fiducia interpersonale, è un elemento immateriale, ma molto reale: una qualità legata alla relazione fra i soggetti (non ai singoli soggetti), una qualità capace di cambiare le comunicazioni e i meccanismi relazionali nel sistema in cui sono immersi i soggetti della relazione. Ha tutte le caratteristiche del catalizzatore: accelera le reazioni in modo selettivo, non viene consumata dall’uso (anzi, si rigenera e si moltiplica).

Abbiamo così individuato un possibile oggetto di progettazione, di analisi e di valutazione delle iniziative sociali innovative: la nostra ipotesi è che per ricostruire il capitale sociale nelle comunità occorre un catalizzatore e che questo catalizzatore sia la fiducia interpersonale. Ma dove e come si può immettere il catalizzatore fiducia, in un sistema?

E, poi, come si possono misurare la fiducia e i cambiamenti nel capitale sociale interno ad un sistema?

In realtà esistono molti metodi, derivati principalmente dalla teoria dei giochi, che si prefiggono di misurare la fiducia. Si occupano, però, solitamente, di individui e non di sistemi. Tendono quindi a misurare l’atteggiamento di apertura, la disponibilità alla fiducia, che però non è esattamente ciò di cui ci stiamo occupando in questo testo. Che è rivolto ai sistemi e alle interrelazioni nei sistemi. È quindi la fiducia interpersonale all’interno di un sistema il nostro focus di interesse: una caratteristica emergente, che non appartiene alle persone che partecipano il sistema, ma alle relazioni che lo costituiscono.

Come misurarla, come misurarne le variazioni, come favorirne la crescita in un sistema?


[1] Gli enzimi sono un ottimo esempio di catalizzatore in biologia: la digestione della peperonata, senza enzimi acceleranti, durerebbe diversi secoli.

[2] Parlando di risorse, infatti, si tende a identificare queste con le sole risorse economiche. Invece, ormai, anche nel mondo profit si è reso evidente che, oltre alle risorse umane, intese come competenze, le risorse relazionali, reputazionali, fiduciarie, costituiscono un capitale fondamentale per ogni organizzazione, tant’è vero che il “danno reputazionale” (brand reputational damage) è da qualche anno al primo posto dei rischi percepiti dalle aziende.

Valutare l’innovazione sociale – parte VII

Parte VII – in cui si prova a ridefinire la sostenibilità

La sostenibilità, ovvero la stabilità del cambiamento

Per riportare al contesto sociale la domanda, quali progetti innovativi hanno la possibilità di imporsi come nuovi modelli più efficaci, rispetto a quanto sviluppato finora? È possibile individuare degli elementi cruciali che possano spiegare e aiutare a prevedere il successo e la sostenibilità di un intervento e governarne lo sviluppo?

I progetti sociali sperimentali normalmente ricevono un finanziamento (un input di energia dall’ambiente) e sperimentano per un tempo definito (da uno a tre anni, di solito) una modalità diversa/integrativa di funzionamento di un sistema, o di parti di questo, integrando/sostituendo l’input energetico “strutturale” (cioè i canali di sostentamento standard del sistema). Possiamo vedere il finanziamento come una fluttuazione introdotta artificialmente in un sistema sociale.

Al termine del periodo finanziato, l’evoluzione di questi progetti può essere legata a tre sviluppi possibili:

  • Il sistema si riposiziona come prima (la fluttuazione si riassorbe: la stragrande maggioranza dei casi)
  • Il progetto viene rifinanziato, o trova altri canali di finanziamento (altri input extra-strutturali) e si sostiene in questo modo[1]
  • Il progetto riesce ad utilizzare in modo più efficiente le risorse a disposizione, in modo che parte delle risorse ordinarie (input strutturali) vengono riorientate a nuove forme di funzionamento, oppure trova il modo di generare risorse inattese. In definitiva, comunque, amplifica la fluttuazione e trova una nuova condizione di equilibrio dinamico più evoluta.

A questo punto, possiamo capire che quando parliamo del successo di un progetto, e quindi ci proponiamo di valutarlo, dobbiamo occuparci sia dei risultati rispetto agli obiettivi, sia della sua sostenibilità.

Se è vero, quindi, che dobbiamo valutare in primis i suoi risultati, rispetto agli obiettivi predefiniti, altrettanto importante sarà valutare il cambiamento permanente generato nel sistema.

Proviamo a ridefinire il concetto di sostenibilità, in questa nuova ottica:

La sostenibilità di un progetto, in senso sistemico, si può definire come la stabilità dinamica di un sistema che si è andato a modificare durante il progetto, al termine dell’input di energia dovuto al finanziamento del progetto.

Un progetto diventa cioè sostenibile se è stato in grado di modificare stabilmente il meccanismo autopoietico, se, cioè è ora in grado di sintetizzare gli elementi che gli consentono di funzionare e di riprodursi, in equilibrio dinamico con l’ambiente.

Valutare l’innovazione sociale

Ricordando quanto detto nei primi paragrafi, valutare l’innovazione sociale, significa affrontare due aspetti cruciali:

  • il primo considera se le azioni del progetto rispondono meglio delle soluzioni pre-esistenti ai bisogni
  • il secondo definisce dal punto di vista valoriale l’innovazione sociale: la capacità di incrementare la rete di relazioni fiduciarie nel sistema.

Ma se ricordiamo quanto detto nei primi paragrafi, rispetto alle richieste degli enti finanziatori, si cercano progetti innovativi capaci di produrre cambiamenti significativi, misurabili, sostenibili nel tempo.

La sostenibilità, quindi, definita come sopra, diventa una terza dimensione cruciale nella valutazione, piuttosto difficile da valutare, in quanto richiede un’analisi dei processi di alimentazione dei sistemi sotto osservazione (input), delle loro modifiche in seguito delle attività del progetto, della loro realistica possibilità di stabilità nel tempo.

Un’analisi di questo genere non può che richiamarsi alla “Theory of change” modificando però la più comune impostazione, che cerca di ricostruire il funzionamento e il potenziale successo delle attività attraverso una catena di azioni ed effetti, in un’ottica di riduzionismo deterministico, che, come abbiamo visto, è del tutto inadeguata a rappresentare i processi complessi che avvengono nei sistemi biologici o sociali.

Qui, allora, più che il contenuto delle azioni, andiamo cercando elementi del contesto, della struttura e dell’organizzazione del sistema in cui si realizza l’attività, per rintracciare gli scambi energetici e individuare la possibilità che questi vengano reindirizzati verso le azioni innovative.

Le domande guida saranno, quindi:

  • Chi apporta energia al sistema? Come? Quali forme assume questa energia?
  • Come si può garantire un diverso afflusso/utilizzo di energia nel momento in cui cessa il finanziamento?

Una visione pessimistica (e, in buona sostanza, confermata da gran parte delle sperimentazioni) ci dice che il bilancio energetico dei progetti sperimentali consente lo sviluppo delle attività solo per il periodo del finanziamento:

soggetto finanziatore è risorse economiche è intervento è cambiamento impermanente

Finiti i soldi, finito il progetto. Finito il progetto, il funzionamento del sistema ritorna nell’equilibrio precedente.

Ma in realtà, la scienza, fisica, chimica e, soprattutto, termodinamica, ci vengono in aiuto, perché la realtà (anche quella delle reazioni chimiche, infinitamente meno complessa della realtà sociale) è comunque molto meno semplice di così.

La termodinamica degli stati lontani dall’equilibrio, la biologia quantistica, la matematica della morfogenesi, la teoria delle biforcazioni, la teoria delle stringhe, la teoria delle catastrofi …. molte idee, teorie, tentativi di spiegazioni e di applicazione alla “vita reale” di scoperte della fisica quantistica, della chimica, della matematica e della termodinamica che, da Einstein in poi, molti scienziati hanno tentato, cercando di abbinare il rigore scientifico alla creatività del pensiero.

Ma perché tutto ciò dovrebbe aiutarci nel nostro faticoso procedere verso la descrizione e la comprensione dei fenomeni sociali?

Le reazioni chimiche, normalmente, nel mondo reale, si svolgono in contesti complessi, con la compresenza di un’infinità di reagenti e di possibili evoluzioni e di prodotti finali. Nei processi sociali avviene lo stesso: i fattori in gioco sono talmente numerosi e complessi, che capirne l’evoluzione e tentare di governarla è impresa titanica.

Eppure alcuni fenomeni sempre presenti e decisivi nell’evoluzione dei sistemi fisici e chimici, possono aiutarci a individuare analogie nei processi sociali e, di conseguenza, meglio studiarne l’evoluzione e le possibilità di governo.

Le domande cruciali sono le seguenti:

Se in un sistema complesso molteplici sono i reagenti e quasi infinite le reazioni possibili, come mai una di queste prevale e si impone, sviluppando così alcuni prodotti e non altri?

Chi governa lo sviluppo, l’accelerazione, l’inibizione, dell’una o dell’altra reazione?


[1] è evidente che questo secondo caso costituisce semplicemente la possibilità di una nuova fluttuazione e, in breve, si riporterà al caso 1 o al caso 3. Occorre quindi riconoscere che l’innovazione sociale può avvenire solo nel terzo dei possibili sviluppi presentati.