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Coltivare la partecipazione


La partecipazione dei cittadini al benessere delle comunità
è un prodotto storico dell’intreccio fra fermenti sociali e cornici normative

C’è un filo che attraversa la storia italiana dal dopoguerra ad oggi: lo sviluppo di forme sempre nuove di partecipazione.
Dalle reti spontanee della ricostruzione alle grandi riforme degli anni Settanta, dalla crisi dei partiti storici fino alla stagione del volontariato organizzato e del Terzo settore, la partecipazione dei cittadini alla vita collettiva non è mai stata solo espressione culturale o morale, ma anche il risultato di scelte politiche e normative.
Le leggi, in alcuni momenti storici, hanno saputo anticipare la società, trasformando pratiche comunitarie diffuse in strumenti di diritto pubblico.
Oggi, con la riforma del Terzo settore e lo sviluppo dell’Amministrazione condivisa, si apre una possibilità di partecipazione adulta e corresponsabile — a condizione che istituzioni e cittadini imparino di nuovo a fidarsi e a collaborare.
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La partecipazione in Italia: dalla ricostruzione del dopoguerra all’amministrazione condivisa dei beni comuni
1. Il dopoguerra e la partecipazione “naturale”
Nell’immediato dopoguerra la partecipazione è diffusa, spontanea, quasi naturale.
Le persone si mobilitano per la ricostruzione materiale e morale del Paese, spesso attraverso reti informali, parrocchie, cooperative di consumo, società di mutuo soccorso, sindacati. 
È una partecipazione intensamente vissuta ma deregolata, che nasce dalla spinta collettiva alla rinascita, prima ancora che da diritti codificati.
Durante il boom economico, questo slancio si traduce in un’idea di progresso condiviso, ma non ancora in una partecipazione istituzionalizzata, se non tramite i partiti, che sono i corpi intermedi più organizzati, ampiamente diffusi sui territori, con sezioni che diventano centri di formazione politica e sociale e luoghi di partecipazione
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2. Gli anni Settanta: la stagione dei diritti e della partecipazione regolata
I movimenti del ’68 e degli anni successivi trasformano l’energia sociale diffusa in domanda di diritti e riconoscimento istituzionale.
Le istituzioni rispondono, e gli anni Settanta diventano la grande stagione della partecipazione normata e organizzata:
• la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (1978), con la partecipazione dei cittadini nei consigli sanitari locali;
• la legge 180/1978, che abolisce i manicomi e introduce l’assistenza psichiatrica territoriale, frutto della rivoluzione culturale e civile di Franco Basaglia;
• l’obbligo scolastico fino alla scuola media (unificata dal 1962), i decreti delegati del 1974, che introducono la partecipazione dei genitori e degli studenti alla vita scolastica;
• l’integrazione degli alunni disabili (legge 517/1977, che abolisce le classi differenziali);
• lo Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), la scala mobile e i consigli di fabbrica.
• la pensione sociale (1969)
È un decennio in cui la partecipazione diventa parte della costruzione dello Stato democratico.
Il principio di uguaglianza, sancito dalla Costituzione, trova attuazione nella possibilità di partecipare alla vita pubblica, al lavoro, alla salute, all’istruzione.
In questa fase lo Stato diventa il principale garante del diritto alla partecipazione: la cittadinanza si costruisce attraverso lo sviluppo delle istituzioni pubbliche. Il ruolo dei partiti tradizionali è ancora centrale.
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3. Anni Ottanta: riflusso e metamorfosi
Gli anni Ottanta segnano un riflusso: la frammentazione dei corpi soociali, il ritorno all’individualismo, la retorica della “Milano da bere”, il Craxismo e la progressiva delegittimazione del pubblico aprono la strada a un nuovo modello sociale centrato sul consumo e sul successo personale. La distanza fra i partiti e i problemi dei cittadini si amplia. Gli iscritti cominciano un calo inarrestabile  e le sezioni si svuotano.
Mentre la politica arretra, l’associazionismo e la cooperazione sociale crescono.
È la stagione in cui prende forma un nuovo tessuto civile, meno ideologico e più operativo: comitati, cooperative, gruppi di volontariato.
Questa partecipazione “dal basso” troverà un riconoscimento normativo nei decenni successivi.
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4. Gli anni Novanta: la stagione delle leggi sul Terzo settore
Negli anni Novanta crolla la prima repubblica e i partiti tradizionali si trasformano, con la personalizzazione dei leader e la chiusura delle sedi diffuse sui territori. Contemporaneamente, lo Stato riconosce la pluralità dei soggetti della società civile:
• la legge 266/1991 sul volontariato, e l’istituzione dei Centri di Servizio per il Volontariato (CSV), che consolidano la funzione pubblica dell’impegno civico.
• la 381/1991 sulle cooperative sociali,
• la 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale,
Parallelamente, la legge Amato (1990) e le successive riforme del sistema bancario creano le fondazioni di origine bancaria, che diverranno attori rilevanti del sostegno alle iniziative sociali (pur dentro la logica competitiva dei bandi).
In questa fase, la partecipazione si istituzionalizza in soggetti collettivi: cittadini attivi, certo, ma prevalentemente impegnati in organizzazioni sociali riconosciute.
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5. A cavallo dei due secoli: la programmazione partecipata
Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, due leggi aprono un nuovo spazio di collaborazione fra istituzioni e Terzo settore (e di coprogettazione ante litteram):
• la legge 285/1997 (con l’istituzione del fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza),
• e la legge quadro 328/2000, che istituisce i Piani di Zona come strumento di programmazione territoriale condivisa.
In molte regioni questi strumenti favoriscono la partecipazione programmata tra enti pubblici, cooperative e associazioni.
Ma la riforma costituzionale del 2001, pur introducendo il principio di sussidiarietà, nell’art.118, affida le competenze sociali alle regioni, frammentando il quadro nazionale.
Così, in assenza di politiche regionali coerenti (come, per esempio, in Lombardia), i Piani di Zona tendono a svuotarsi come contesti di coprogrammazione e coprogettazione, per diventare semplici distributori di (scarse) risorse. La partecipazione si indebolisce.
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6. Dal 2000 ad oggi: crisi e nuove possibilità
Nei primi vent’anni del nuovo secolo, il mondo della partecipazione entra in una crisi silenziosa. I partiti non sono più soggetti di pratiche partecipative: il calo dei votanti denuncia con chiarezza l’allontanamento dei cittadini da questa forma di partecipazione.

Nel contempo, le piccole associazioni faticano a reggere il peso burocratico/amministrativo e la rarefazione delle risorse, i grandi soggetti cooperativi si professionalizzano e si concentrano sulla sola gestione dei servizi, perdendo in parte la dimensione politica e comunitaria.
La partecipazione sembra ridursi a procedure, a episodi, a momenti rituali (come, per esempio, molte consulte di quartiere) spesso ridotti a mini-parlamentini senza alcun potere, o a rissose assemblee di reciproche accuse.
Eppure, in questo momento di grande impoverimento emergono due innovazioni normative che riaprono spazi nuovi:
• il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni (promosso da Labsus, accolto dal Comune di Bologna nel 2014, oggi approvato da oltre 300 Comuni italiani, fra cui Cologno Monzese),
• la Riforma del Terzo settore, con il Codice del Terzo settore (2017), che contiene la coprogrammazione e la coprogettazione (art. 55).
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Nuove possibilità, nuovi apprendimenti
Questi strumenti segnano un cambio di paradigma: la partecipazione non è più solo consultiva o rivendicativa, ma diventa co-decisione, co-produzione, co-responsabilità: l’Amministrazione condivisa.
Ma perché questa potenzialità si realizzi, serve un cambiamento culturale e organizzativo profondo che coinvolga tre soggetti: le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni sociali e i cittadini attivi.
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1. Le amministrazioni pubbliche
Per i Comuni — come Cologno Monzese, dove oggi l’amministrazione condivisa inizia a prendere forma — il cambiamento richiesto è radicale.
L’amministrazione deve imparare ad abbandonare la postura del “controllore” o del “committente” e assumere quella del “regista”, facilitatore di processi collettivi.
Non si tratta più di emanare bandi, o di affidare incarichi o appalti, ma di costruire tavoli, alleanze, patti.
Serve una nuova capacità di ascolto, la disponibilità a riconoscere nei cittadini e nelle organizzazioni portatori di conoscenza e non solo di bisogni.
Sul piano organizzativo, ciò significa:
• semplificare procedure e linguaggi;
• riformulare la logica della rendicontazione, che non può misurare solo la spesa ma deve restituire senso e relazione;
• investire nella formazione dei funzionari, affinché imparino a gestire processi collaborativi e non solo atti amministrativi.
È una rivoluzione di cultura istituzionale, che trasforma la pubblica amministrazione in soggetto di cura della comunità.
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2. I cittadini organizzati: associazioni e cooperative
Per le organizzazioni del Terzo settore, la riforma e il regolamento dei beni comuni aprono la possibilità di tornare ad essere luoghi di pensiero, non solo di gestione.
La coprogettazione offre loro la chance di co-definire le politiche sociali, ma chiede in cambio:
• di superare la cultura della competizione, dilagata in questi anni di progettazioni su bando, e di ricostruire reti di collaborazione;
• di investire nella capacità riflessiva, nel monitoraggio qualitativo e nel dialogo inter-organizzativo;
• di riconnettere la propria identità professionale a quella civica, recuperando la tensione politica originaria dell’impegno sociale.
La sfida, in sintesi, è tornare a essere agenti di cambiamento e non solo prestatori di servizi.
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3. I cittadini attivi non organizzati
Per i cittadini singoli o i gruppi informali, il regolamento per l’amministrazione condivisa introduce un’innovazione di grande rilievo: la possibilità di collaborare direttamente con le istituzioni attraverso i patti di collaborazione.
Questo consente di riconoscere e valorizzare forme di impegno civico quotidiano — la cura di uno spazio, l’animazione di un quartiere, la gestione condivisa di un bene — senza dover passare per la mediazione di un’organizzazione.
Ma per i cittadini questo implica un apprendimento civico:
• accettare la dimensione pubblica delle proprie azioni, con responsabilità e trasparenza;
• comprendere che la cura di un bene comune è anche una forma di governo, non solo di volontariato;
• e soprattutto, imparare a lavorare con l’amministrazione invece che contro di essa, in una logica di fiducia reciproca che rompa la storica diffidenza tra cittadini e istituzioni.
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Verso una nuova ecologia della partecipazione
In conclusione, la partecipazione dei cittadini alla vita sociale e comunitaria è una questione di cultura civica, ma anche di contesto normativo: dipende da come lo Stato riconosce e struttura la possibilità di intervenire nella sfera pubblica.
Ciò che consente questa continua contaminazione fra istituzione e istanze comunitarie è la possibilità di rappresentanza di queste istanze negli ambiti deputati alla legislazione, elemento essenziale della democrazia.
Vale infatti la pena ricordare che i momenti di maggiore avanzamento normativo nella storia della partecipazione — dalla legge 266/1991 fino alla riforma del Terzo settore del 2017 — non sono frutto di processi tecnici, ma dell’ingresso nelle istituzioni di persone che provenivano da esperienze dirette di cittadinanza attiva.
Figure come Maria Eletta Martini, Luigi Bobba o, in altra forma, Franco Basaglia, hanno portato nel linguaggio della legge il sapere implicito dell’associazionismo e della comunità, trasformando pratiche di prossimità in strumenti di diritto pubblico.
È il segno che, quando la politica è attraversata da esperienze vive della società, la normativa può armonizzarsi o addirittura anticipare la cultura diffusa, aprendo sentieri che la società stessa poi impara a percorrere.
Questi due dispositivi — il regolamento dei beni comuni e la riforma del Terzo settore — contengono gli strumenti dell’Amministrazione condivisa: coprogrammazione, coprogettazione, patti di collaborazione, che disegnano insieme una nuova ecologia della partecipazione, fondata su prossimità, corresponsabilità e fiducia.
Dopo decenni di partecipazione delegata o burocratizzata, si apre la possibilità di una partecipazione adulta e relazionale, capace di abitare la complessità e di riconoscere la dimensione organica dei processi sociali.
La sfida è passare da una partecipazione pianificata a una partecipazione coltivata:
garantita sì dalla legge, ma resa possibile da contesti istituzionali e sociali che ne riconoscono la vitalità.
Solo così la partecipazione torna a essere ciò che è stata nei suoi momenti migliori: una forma di generatività collettiva, un modo con cui le società e le comunità si prendono cura di sé stesse, immaginano e realizzano il proprio futuro.

Una poesiola rimodernata

Cominciarono col vietare i rave, e io fui contento,

perché la musica a palla e lo sballo non mi piacciono,

poi deportarono in Albania gli immigrati irregolari

e pensai “finalmente!” perché sono davvero troppi,

Poi vietarono gli scioperi che bloccano le strade

e io approvai, perché devo poter andare a lavorare,

poi denunciarono quelli che coloravano i palazzi del potere

e io fui contento, perché l’arte è il nostro patrimonio e va difesa,

poi misero a tacere i giornalisti scomodi,

e io neppure me ne accorsi, perché non li seguivo,

poi misero in galera chi faceva sit-in alle manifestazioni per il clima,

 e pensai che facevano bene, perché del clima non mi frega niente,

alla fine vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Davvero vogliamo il nucleare?

Grazie all’associazione “Laudato si’ – un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia ambientale”, pochi giorni fa ho potuto assistere ad una lectio magistralis del premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi.

La lezione era promossa dall’associazione “SI’ alle rinnovabili, NO al nucleare” e aveva per titolo “Energie rinnovabili per l’autonomia energetica dell’Italia, il nucleare che c’entra?”.

Naturalmente, vista la qualità del relatore, è stata un’ora di lezione densa e molto interessante. Chi ne volesse la registrazione integrale, può inviarmi un messaggio e manderò il link.

Diversi sono gli aspetti interessanti affrontati. Il costo, l’inevitabile intermittenza delle rinnovabili, la necessità di comprare dalla Cina gli elementi per il fotovoltaico, i problemi di sicurezza delle centrali nucleari  … Cercherò di riassumerli e approfondire con dati, via via, in alcuni post, iniziando oggi dal tema del costo delle varie fonti. Ecco una tabella riassuntiva:

Confronto tra il costo di alcune fonti di energia (2022-24, LCOE)

Fonte energeticaCosto medio (€/kWh)Note principali
Fotovoltaico (utility scale)0,02 – 0,06Costi in forte calo, più bassi in Sud Italia
Fotovoltaico (residenziale)0,08 – 0,14Dipende da taglia e autoconsumo
Eolico onshore0,03 – 0,07Maturo e competitivo
Eolico offshore0,08 – 0,14In calo, ma ancora costoso
Idroelettrico (grande scala)0,03 – 0,07Basso costo, ma limitato in espansione
Mini/micro idroelettrico0,06 – 0,12Costi più alti per kWh
Biomasse solide / biogas0,09 – 0,14Alta variabilità, spesso supportate da incentivi
Geotermia0,05 – 0,10Stabile ma geograficamente limitata
Gas naturale (CCGT)0,07 – 0,12Dipende da prezzi del gas e CO₂
Carbone0,08 – 0,14In declino per costi ambientali
Nucleare (nuove centrali)0,10 – 0,18Costi alti e lunghi tempi di realizzazione

 Fonti:

  • IRENA – International Renewable Energy Agency, Renewable Power Generation Costs in 2023
  • IEA – International Energy Agency, World Energy Outlook 2023
  • GSE – Gestore dei Servizi Energetici (Italia), Rapporti statistici 2022–2023
  • RSE – Ricerca Sistema Energetico, report tecnici su fonti rinnovabili e bilanci energetici
  • BloombergNEF e Lazard (Levelized Cost of Energy Report v16, 2023)

Note:

LCOE = Levelized Cost of Energy, comprensivo di costi di installazione, gestione, e produzione su tutto il ciclo di vita

Utility scale = dimensione industriale

CCGT = ciclo combinato (più efficace e con meno emissioni)

Considerazioni:

Risulta evidente che le rinnovabili sono le fonti di energia più convenienti, dal punto di vista economico. Facciamo i conti per una famiglia media Italiana, che consuma circa 3.000 kWh/anno di energia elettrica, confrontando la spesa per energia prodotta da fotovoltaico con quella prodotta da centrali nucleari.

☢️ Energia Nucleare (nuove centrali, costo medio 0,14 €/kWh)

  • 3.000 kWh × 0,14 €/kWh = 420 € all’anno

☀️ Fotovoltaico (utility scale, costo medio 0,04 €/kWh)

  • 3.000 kWh × 0,04 €/kWh = 120 € all’anno

Nota importante: Questi sono costi di produzione, non le tariffe finali pagate in bolletta, che includono tasse, oneri di sistema, distribuzione ecc. Tuttavia, la fonte di produzione incide profondamente sui prezzi e si può concludere che scegliere fotovoltaico a larga scala come fonte prevalente potrebbe ridurre di oltre il 70% i costi di produzione per le famiglie, con impatti positivi anche sull’indipendenza energetica e la sostenibilità ambientale.

Possiamo quindi affermare che dal punto di vista dei costi non appaiono comprensibili le scelte di disinvestimento sul fotovoltaico e la continua proposta di investimento sul nucleare. Vedremo in seguito altri aspetti. Alla prossima

Cop 26. e adesso?

Il miglior compromesso possibile (Sharma) o solo bla bla bla (Greta)?

Entrambi hanno ragione, credo: questi governanti non sono in grado di fare di più, per motivi culturali, economici, politici, di consenso.

Ma, soprattutto, il tema non è “solo” la minaccia della scomparsa dell’umanità (o, almeno, della civiltà occidentale per come la conosciamo), il tema è la necessaria e irrimandabile conversione (non solo transizione!) ecologica.

Conversione che significa cambiare il modello di sviluppo. Come dice F. Capra: “La grande sfida della nostra epoca è la costruzione e il mantenimento di comunità e società che funzionano in modo tale da non interferire con l’intrinseca capacità della natura di sostenere la vita.” Questa è la conversione ecologica.

Conversione ecologica significa combattere l’estrattività di valore che guida il nostro modo di produrre e il funzionamento stesso della società: si estrae petrolio dalla terra come si estrae lavoro dalle persone. Questa cultura produce scarti: gli scarti sono le cose e le persone da cui non vale la pena di estrarre.

L’educazione ecologica è la comprensione dei principi organizzativi che gli ecosistemi naturali hanno sviluppato per sostenere la rete della vita.

La comprensione sistemica della vita (interdipendenza, ciclicità, tempi, diversità, autopoiesi, strutture dissipative …) è il fondamento cognitivo del nostro sforzo per andare verso un futuro sostenibile.

Sarà una lunga marcia.

Il teletrasporto è già qui

Il teletrasporto è già qui

Quando Pietro entrò nella cabina, il sole stava tramontando e le luci dei lampioni si riflettevano sul calmo specchio della darsena. I locali dei navigli cominciavano ad animarsi. A Parigi sarà già buio – pensò – però il Louvre è sempre aperto, ormai. Segnò le coordinate sullo schermo e toccò il pulsante verde. Aprì la porta della cabina, scrollandosi di dosso lo strano senso di vertigine e il formicolio tipici del teletrasporto: la piramide di vetro era lì a due passi. Si diresse verso l’entrata del museo….

Non succederà così. Malgrado la sovrapposizione quantistica, l’entanglement, il gatto di Schroedinger, e tutte le stranezze delle particelle elementari, il teletrasporto non avverrà in questo modo.

Però, in qualche modo, sta già avvenendo (e non ce ne siamo accorti).

Da quando l’umanità ha inventato il cannocchiale e il microscopio, la nostra capacità di percezione ha superato i limiti del troppo piccolo e del troppo grande: i limiti dell’impercettibile. Siamo poi riusciti a superare altri confini della percezione: “vediamo” l’invisibile: l’infrarosso, l’ultravioletto, “sentiamo” gli infrasuoni, gli ultrasuoni; rileviamo i raggi x, fotografiamo le stelle di neutroni, le sorgenti gamma[1]….

Oggi, poi, possiamo teletrasportare la nostra voce, i nostri volti, il nostro sguardo, con le videochiamate: “visitare” una persona che sta a Mosca, a Parigi o in Australia. Prendiamo come esempio le visite ai musei: possiamo visitarli virtualmente, ormai quasi tutti quelli più importanti, sul nostro computer, a casa, a volte con un percorso modulabile secondo i nostri interessi.

Siamo a un passo dal teletrasporto vero e proprio. Cosa manca, però? Perché queste visite virtuali ci lasciano delusi? Proviamo ad andare, virtualmente, nella Cappella Sistina: http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html

Bellissime immagini. Spostamenti intuitivi. Zoomate accettabili. Emozione? Zero.

Cosa manca?

Vediamo prima di tutto cosa manca di sicuro, in termini oggettivi. Manca l’autonomia del movimento, la scelta dello sguardo, manca la profondità di campo, la sfocatura dello sfondo, mancano gli odori, i suoni, i passi, manca la spiritualità del luogo[2].

Eppure, i progressi recenti sono sensazionali. La realtà virtuale viene usata soprattutto per giocare (anche i primi cannocchiali, del resto, finché Galilei non ne capì l’importanza, per scopi militari (prima) e per le osservazioni astronomiche (poi)), ma le potenzialità di questi strumenti sono colossali.

Proviamo a modificare il racconto introduttivo:

Pietro rientrò a casa, si mise al computer e prenotò la sua visita al Louvre. Indossò il casco visore e prese i comandi del robot visitatore. Questo si spostava silenziosamente fra le sale del museo; ad ogni movimento del capo di Pietro il robot rivolgeva a destra o a manca il suo “sguardo”, avanzava o si fermava, zoomando, sul quadro scelto. Pietro non si accorse neppure dello scadere delle due ore: era fermo davanti alla Gioconda da un bel po’, quando il segnale si interruppe. Con la mente piena delle meraviglie viste, si diresse verso i navigli, per l’aperitivo con gli amici.

Ma il bello è che tutto questo è già possibile! (o quasi). Esistono i visori per la realtà virtuale, esiste l’head tracking (i comandi con i movimenti del capo) e addirittura l’eye tracking, che controlla lo sguardo e sfoca lo sfondo. Esistono i robot, con movimenti e videocamere che simulano il movimento e la vista degli umani e possono rilevare e trasmettere fedelmente anche i suoni (più complicato per gli odori, ma nei caschi visori si potranno avere effetti di profumo di museo, o di stalla, o di bosco, a seconda della nostra meta).

In pratica non si può teletrasportare il corpo, ma si può teletrasportare la coscienza, l’attenzione cosciente. Già lo facciamo, in realtà: stiamo parlando in videochiamata con il figlio che sta a Londra e, insieme, con la moglie nella stanza accanto; suona il telefono e “ci spostiamo” ancora. Siamo multitasking, il che non significa che facciamo queste cose contemporaneamente, ma che la nostra attenzione cosciente salta dall’una all’altra, istantaneamente, da Milano a Londra.

Nel 1896 la proiezione di un film dei fratelli Lumiere di un treno che entra in stazione provocò la fuga degli spettatori. Era un film in bianco e nero, muto. Non stiamo parlando di ominidi dell’età del bronzo, e neppure di medioevo: nel 1896 mia nonna aveva dieci anni! Oggi dobbiamo riconoscere che stanno avvenendo mutazioni evolutive frenetiche.

Oggi, con le videochiamate e le visite virtuali, la nostra mente “non ci casca”, riconosce queste attività come evoluzioni della telefonata e dei volumi di riproduzione d’arte, piuttosto che prodromi del teletrasporto. Ma la realtà virtuale riesce a dare l’illusione di essere in un altrove.

Illusione? Siamo sicuri?

Riprendiamo da Pietro durante la sua “visita” al Louvre: dov’è davvero Pietro? Seduto sul suo divano con un casco visore sulla testa, o in piedi davanti alla Gioconda?

Dove sono “io”? Sono dove si trova fisicamente il mio corpo o dove percepisce di essere la mia mente cosciente?

Sono interrogativi interessanti, e anche, in qualche modo, inquietanti.

Già diversi autori hanno sottolineato come gli smartphone, nelle mani dei millennials, non siano uno strumento, ma piuttosto un’estensione del corpo. Realtà virtuale e realtà aumentata stanno entrando nel nostro modo di relazionarci con il mondo, con le cose, con la manifestazione.

La connessione permanente è un cambiamento antropologico. Le recenti acquisizioni di nuove conoscenze nel campo delle neuroscienze, a partire dalla scoperta dei neuroni specchio, dicono che la relazione è alla base della costruzione dell’identità, fin dal livello neurologico. Noi esistiamo in quanto ci relazioniamo con il mondo.

Come afferma l’interpretazione relazionale della fisica quantistica, nulla esiste se non nell’interrelazione. “Le particelle elementari non sono cose, ma probabilità, e non probabilità di cose, ma di relazioni”, dice Fritjof Capra.

Baricco, in “The Game” usa l’efficace definizione di oltremondo per la realtà accessibile attraverso il web: una realtà non meno reale di quella, più consueta, dell’esperienza cosciente.

Inevitabilmente, fra pochi anni, un “turista” cinese potrà visitare gli Uffizi alle “sue” 10 di mattina (le 3 di notte a Firenze), noleggiando (a un prezzo accessibile, speriamo) uno dei robot del museo e mettendosi in testa un casco, mentre un viaggio in aereo in Italia, fra pochi anni, costerà più di 10 volte il prezzo attuale.

Grandi domande si pongono: la sua mente sarà convinta di essere a Firenze o manterrà la consapevolezza della collocazione spaziale del corpo, come capita ora con le connessioni a distanza? E, nel primo caso, sarà un inganno? O la realtà? La sua mente sarà davvero a Firenze?

E, infine, tutto ciò costituisce l’irruzione della sovrapposizione quantistica nella vita quotidiana? Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

[1] Certo, abbiamo ancora qualche problema con i neutrini, o con le onde gravitazionali, e, probabilmente, con altre cose di cui non abbiamo né percezione, né conoscenza alcuna e di cui non possiamo neppure supporre l’esistenza: l’impercettibile è anche inimmaginabile!

[2] Su quest’ultima caratteristica c’è poco da fare. Per chi “sente” la spiritualità di un luogo occorre esserci (e se qualcuno non ci crede, lo invito ad una visita all’Eremo delle carceri, ad Assisi).