Il teletrasporto è già qui

Il teletrasporto è già qui

Quando Pietro entrò nella cabina, il sole stava tramontando e le luci dei lampioni si riflettevano sul calmo specchio della darsena. I locali dei navigli cominciavano ad animarsi. A Parigi sarà già buio – pensò – però il Louvre è sempre aperto, ormai. Segnò le coordinate sullo schermo e toccò il pulsante verde. Aprì la porta della cabina, scrollandosi di dosso lo strano senso di vertigine e il formicolio tipici del teletrasporto: la piramide di vetro era lì a due passi. Si diresse verso l’entrata del museo….

Non succederà così. Malgrado la sovrapposizione quantistica, l’entanglement, il gatto di Schroedinger, e tutte le stranezze delle particelle elementari, il teletrasporto non avverrà in questo modo.

Però, in qualche modo, sta già avvenendo (e non ce ne siamo accorti).

Da quando l’umanità ha inventato il cannocchiale e il microscopio, la nostra capacità di percezione ha superato i limiti del troppo piccolo e del troppo grande: i limiti dell’impercettibile. Siamo poi riusciti a superare altri confini della percezione: “vediamo” l’invisibile: l’infrarosso, l’ultravioletto, “sentiamo” gli infrasuoni, gli ultrasuoni; rileviamo i raggi x, fotografiamo le stelle di neutroni, le sorgenti gamma[1]….

Oggi, poi, possiamo teletrasportare la nostra voce, i nostri volti, il nostro sguardo, con le videochiamate: “visitare” una persona che sta a Mosca, a Parigi o in Australia. Prendiamo come esempio le visite ai musei: possiamo visitarli virtualmente, ormai quasi tutti quelli più importanti, sul nostro computer, a casa, a volte con un percorso modulabile secondo i nostri interessi.

Siamo a un passo dal teletrasporto vero e proprio. Cosa manca, però? Perché queste visite virtuali ci lasciano delusi? Proviamo ad andare, virtualmente, nella Cappella Sistina: http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html

Bellissime immagini. Spostamenti intuitivi. Zoomate accettabili. Emozione? Zero.

Cosa manca?

Vediamo prima di tutto cosa manca di sicuro, in termini oggettivi. Manca l’autonomia del movimento, la scelta dello sguardo, manca la profondità di campo, la sfocatura dello sfondo, mancano gli odori, i suoni, i passi, manca la spiritualità del luogo[2].

Eppure, i progressi recenti sono sensazionali. La realtà virtuale viene usata soprattutto per giocare (anche i primi cannocchiali, del resto, finché Galilei non ne capì l’importanza, per scopi militari (prima) e per le osservazioni astronomiche (poi)), ma le potenzialità di questi strumenti sono colossali.

Proviamo a modificare il racconto introduttivo:

Pietro rientrò a casa, si mise al computer e prenotò la sua visita al Louvre. Indossò il casco visore e prese i comandi del robot visitatore. Questo si spostava silenziosamente fra le sale del museo; ad ogni movimento del capo di Pietro il robot rivolgeva a destra o a manca il suo “sguardo”, avanzava o si fermava, zoomando, sul quadro scelto. Pietro non si accorse neppure dello scadere delle due ore: era fermo davanti alla Gioconda da un bel po’, quando il segnale si interruppe. Con la mente piena delle meraviglie viste, si diresse verso i navigli, per l’aperitivo con gli amici.

Ma il bello è che tutto questo è già possibile! (o quasi). Esistono i visori per la realtà virtuale, esiste l’head tracking (i comandi con i movimenti del capo) e addirittura l’eye tracking, che controlla lo sguardo e sfoca lo sfondo. Esistono i robot, con movimenti e videocamere che simulano il movimento e la vista degli umani e possono rilevare e trasmettere fedelmente anche i suoni (più complicato per gli odori, ma nei caschi visori si potranno avere effetti di profumo di museo, o di stalla, o di bosco, a seconda della nostra meta).

In pratica non si può teletrasportare il corpo, ma si può teletrasportare la coscienza, l’attenzione cosciente. Già lo facciamo, in realtà: stiamo parlando in videochiamata con il figlio che sta a Londra e, insieme, con la moglie nella stanza accanto; suona il telefono e “ci spostiamo” ancora. Siamo multitasking, il che non significa che facciamo queste cose contemporaneamente, ma che la nostra attenzione cosciente salta dall’una all’altra, istantaneamente, da Milano a Londra.

Nel 1896 la proiezione di un film dei fratelli Lumiere di un treno che entra in stazione provocò la fuga degli spettatori. Era un film in bianco e nero, muto. Non stiamo parlando di ominidi dell’età del bronzo, e neppure di medioevo: nel 1896 mia nonna aveva dieci anni! Oggi dobbiamo riconoscere che stanno avvenendo mutazioni evolutive frenetiche.

Oggi, con le videochiamate e le visite virtuali, la nostra mente “non ci casca”, riconosce queste attività come evoluzioni della telefonata e dei volumi di riproduzione d’arte, piuttosto che prodromi del teletrasporto. Ma la realtà virtuale riesce a dare l’illusione di essere in un altrove.

Illusione? Siamo sicuri?

Riprendiamo da Pietro durante la sua “visita” al Louvre: dov’è davvero Pietro? Seduto sul suo divano con un casco visore sulla testa, o in piedi davanti alla Gioconda?

Dove sono “io”? Sono dove si trova fisicamente il mio corpo o dove percepisce di essere la mia mente cosciente?

Sono interrogativi interessanti, e anche, in qualche modo, inquietanti.

Già diversi autori hanno sottolineato come gli smartphone, nelle mani dei millennials, non siano uno strumento, ma piuttosto un’estensione del corpo. Realtà virtuale e realtà aumentata stanno entrando nel nostro modo di relazionarci con il mondo, con le cose, con la manifestazione.

La connessione permanente è un cambiamento antropologico. Le recenti acquisizioni di nuove conoscenze nel campo delle neuroscienze, a partire dalla scoperta dei neuroni specchio, dicono che la relazione è alla base della costruzione dell’identità, fin dal livello neurologico. Noi esistiamo in quanto ci relazioniamo con il mondo.

Come afferma l’interpretazione relazionale della fisica quantistica, nulla esiste se non nell’interrelazione. “Le particelle elementari non sono cose, ma probabilità, e non probabilità di cose, ma di relazioni”, dice Fritjof Capra.

Baricco, in “The Game” usa l’efficace definizione di oltremondo per la realtà accessibile attraverso il web: una realtà non meno reale di quella, più consueta, dell’esperienza cosciente.

Inevitabilmente, fra pochi anni, un “turista” cinese potrà visitare gli Uffizi alle “sue” 10 di mattina (le 3 di notte a Firenze), noleggiando (a un prezzo accessibile, speriamo) uno dei robot del museo e mettendosi in testa un casco, mentre un viaggio in aereo in Italia, fra pochi anni, costerà più di 10 volte il prezzo attuale.

Grandi domande si pongono: la sua mente sarà convinta di essere a Firenze o manterrà la consapevolezza della collocazione spaziale del corpo, come capita ora con le connessioni a distanza? E, nel primo caso, sarà un inganno? O la realtà? La sua mente sarà davvero a Firenze?

E, infine, tutto ciò costituisce l’irruzione della sovrapposizione quantistica nella vita quotidiana? Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

[1] Certo, abbiamo ancora qualche problema con i neutrini, o con le onde gravitazionali, e, probabilmente, con altre cose di cui non abbiamo né percezione, né conoscenza alcuna e di cui non possiamo neppure supporre l’esistenza: l’impercettibile è anche inimmaginabile!

[2] Su quest’ultima caratteristica c’è poco da fare. Per chi “sente” la spiritualità di un luogo occorre esserci (e se qualcuno non ci crede, lo invito ad una visita all’Eremo delle carceri, ad Assisi).

 

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