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Cop 26. e adesso?

Il miglior compromesso possibile (Sharma) o solo bla bla bla (Greta)?

Entrambi hanno ragione, credo: questi governanti non sono in grado di fare di più, per motivi culturali, economici, politici, di consenso.

Ma, soprattutto, il tema non è “solo” la minaccia della scomparsa dell’umanità (o, almeno, della civiltà occidentale per come la conosciamo), il tema è la necessaria e irrimandabile conversione (non solo transizione!) ecologica.

Conversione che significa cambiare il modello di sviluppo. Come dice F. Capra: “La grande sfida della nostra epoca è la costruzione e il mantenimento di comunità e società che funzionano in modo tale da non interferire con l’intrinseca capacità della natura di sostenere la vita.” Questa è la conversione ecologica.

Conversione ecologica significa combattere l’estrattività di valore che guida il nostro modo di produrre e il funzionamento stesso della società: si estrae petrolio dalla terra come si estrae lavoro dalle persone. Questa cultura produce scarti: gli scarti sono le cose e le persone da cui non vale la pena di estrarre.

L’educazione ecologica è la comprensione dei principi organizzativi che gli ecosistemi naturali hanno sviluppato per sostenere la rete della vita.

La comprensione sistemica della vita (interdipendenza, ciclicità, tempi, diversità, autopoiesi, strutture dissipative …) è il fondamento cognitivo del nostro sforzo per andare verso un futuro sostenibile.

Sarà una lunga marcia.

Il teletrasporto è già qui

Il teletrasporto è già qui

Quando Pietro entrò nella cabina, il sole stava tramontando e le luci dei lampioni si riflettevano sul calmo specchio della darsena. I locali dei navigli cominciavano ad animarsi. A Parigi sarà già buio – pensò – però il Louvre è sempre aperto, ormai. Segnò le coordinate sullo schermo e toccò il pulsante verde. Aprì la porta della cabina, scrollandosi di dosso lo strano senso di vertigine e il formicolio tipici del teletrasporto: la piramide di vetro era lì a due passi. Si diresse verso l’entrata del museo….

Non succederà così. Malgrado la sovrapposizione quantistica, l’entanglement, il gatto di Schroedinger, e tutte le stranezze delle particelle elementari, il teletrasporto non avverrà in questo modo.

Però, in qualche modo, sta già avvenendo (e non ce ne siamo accorti).

Da quando l’umanità ha inventato il cannocchiale e il microscopio, la nostra capacità di percezione ha superato i limiti del troppo piccolo e del troppo grande: i limiti dell’impercettibile. Siamo poi riusciti a superare altri confini della percezione: “vediamo” l’invisibile: l’infrarosso, l’ultravioletto, “sentiamo” gli infrasuoni, gli ultrasuoni; rileviamo i raggi x, fotografiamo le stelle di neutroni, le sorgenti gamma[1]….

Oggi, poi, possiamo teletrasportare la nostra voce, i nostri volti, il nostro sguardo, con le videochiamate: “visitare” una persona che sta a Mosca, a Parigi o in Australia. Prendiamo come esempio le visite ai musei: possiamo visitarli virtualmente, ormai quasi tutti quelli più importanti, sul nostro computer, a casa, a volte con un percorso modulabile secondo i nostri interessi.

Siamo a un passo dal teletrasporto vero e proprio. Cosa manca, però? Perché queste visite virtuali ci lasciano delusi? Proviamo ad andare, virtualmente, nella Cappella Sistina: http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html

Bellissime immagini. Spostamenti intuitivi. Zoomate accettabili. Emozione? Zero.

Cosa manca?

Vediamo prima di tutto cosa manca di sicuro, in termini oggettivi. Manca l’autonomia del movimento, la scelta dello sguardo, manca la profondità di campo, la sfocatura dello sfondo, mancano gli odori, i suoni, i passi, manca la spiritualità del luogo[2].

Eppure, i progressi recenti sono sensazionali. La realtà virtuale viene usata soprattutto per giocare (anche i primi cannocchiali, del resto, finché Galilei non ne capì l’importanza, per scopi militari (prima) e per le osservazioni astronomiche (poi)), ma le potenzialità di questi strumenti sono colossali.

Proviamo a modificare il racconto introduttivo:

Pietro rientrò a casa, si mise al computer e prenotò la sua visita al Louvre. Indossò il casco visore e prese i comandi del robot visitatore. Questo si spostava silenziosamente fra le sale del museo; ad ogni movimento del capo di Pietro il robot rivolgeva a destra o a manca il suo “sguardo”, avanzava o si fermava, zoomando, sul quadro scelto. Pietro non si accorse neppure dello scadere delle due ore: era fermo davanti alla Gioconda da un bel po’, quando il segnale si interruppe. Con la mente piena delle meraviglie viste, si diresse verso i navigli, per l’aperitivo con gli amici.

Ma il bello è che tutto questo è già possibile! (o quasi). Esistono i visori per la realtà virtuale, esiste l’head tracking (i comandi con i movimenti del capo) e addirittura l’eye tracking, che controlla lo sguardo e sfoca lo sfondo. Esistono i robot, con movimenti e videocamere che simulano il movimento e la vista degli umani e possono rilevare e trasmettere fedelmente anche i suoni (più complicato per gli odori, ma nei caschi visori si potranno avere effetti di profumo di museo, o di stalla, o di bosco, a seconda della nostra meta).

In pratica non si può teletrasportare il corpo, ma si può teletrasportare la coscienza, l’attenzione cosciente. Già lo facciamo, in realtà: stiamo parlando in videochiamata con il figlio che sta a Londra e, insieme, con la moglie nella stanza accanto; suona il telefono e “ci spostiamo” ancora. Siamo multitasking, il che non significa che facciamo queste cose contemporaneamente, ma che la nostra attenzione cosciente salta dall’una all’altra, istantaneamente, da Milano a Londra.

Nel 1896 la proiezione di un film dei fratelli Lumiere di un treno che entra in stazione provocò la fuga degli spettatori. Era un film in bianco e nero, muto. Non stiamo parlando di ominidi dell’età del bronzo, e neppure di medioevo: nel 1896 mia nonna aveva dieci anni! Oggi dobbiamo riconoscere che stanno avvenendo mutazioni evolutive frenetiche.

Oggi, con le videochiamate e le visite virtuali, la nostra mente “non ci casca”, riconosce queste attività come evoluzioni della telefonata e dei volumi di riproduzione d’arte, piuttosto che prodromi del teletrasporto. Ma la realtà virtuale riesce a dare l’illusione di essere in un altrove.

Illusione? Siamo sicuri?

Riprendiamo da Pietro durante la sua “visita” al Louvre: dov’è davvero Pietro? Seduto sul suo divano con un casco visore sulla testa, o in piedi davanti alla Gioconda?

Dove sono “io”? Sono dove si trova fisicamente il mio corpo o dove percepisce di essere la mia mente cosciente?

Sono interrogativi interessanti, e anche, in qualche modo, inquietanti.

Già diversi autori hanno sottolineato come gli smartphone, nelle mani dei millennials, non siano uno strumento, ma piuttosto un’estensione del corpo. Realtà virtuale e realtà aumentata stanno entrando nel nostro modo di relazionarci con il mondo, con le cose, con la manifestazione.

La connessione permanente è un cambiamento antropologico. Le recenti acquisizioni di nuove conoscenze nel campo delle neuroscienze, a partire dalla scoperta dei neuroni specchio, dicono che la relazione è alla base della costruzione dell’identità, fin dal livello neurologico. Noi esistiamo in quanto ci relazioniamo con il mondo.

Come afferma l’interpretazione relazionale della fisica quantistica, nulla esiste se non nell’interrelazione. “Le particelle elementari non sono cose, ma probabilità, e non probabilità di cose, ma di relazioni”, dice Fritjof Capra.

Baricco, in “The Game” usa l’efficace definizione di oltremondo per la realtà accessibile attraverso il web: una realtà non meno reale di quella, più consueta, dell’esperienza cosciente.

Inevitabilmente, fra pochi anni, un “turista” cinese potrà visitare gli Uffizi alle “sue” 10 di mattina (le 3 di notte a Firenze), noleggiando (a un prezzo accessibile, speriamo) uno dei robot del museo e mettendosi in testa un casco, mentre un viaggio in aereo in Italia, fra pochi anni, costerà più di 10 volte il prezzo attuale.

Grandi domande si pongono: la sua mente sarà convinta di essere a Firenze o manterrà la consapevolezza della collocazione spaziale del corpo, come capita ora con le connessioni a distanza? E, nel primo caso, sarà un inganno? O la realtà? La sua mente sarà davvero a Firenze?

E, infine, tutto ciò costituisce l’irruzione della sovrapposizione quantistica nella vita quotidiana? Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

[1] Certo, abbiamo ancora qualche problema con i neutrini, o con le onde gravitazionali, e, probabilmente, con altre cose di cui non abbiamo né percezione, né conoscenza alcuna e di cui non possiamo neppure supporre l’esistenza: l’impercettibile è anche inimmaginabile!

[2] Su quest’ultima caratteristica c’è poco da fare. Per chi “sente” la spiritualità di un luogo occorre esserci (e se qualcuno non ci crede, lo invito ad una visita all’Eremo delle carceri, ad Assisi).

 

Percezione e conoscenza

Sulla percezione e la conoscenza

“La conoscenza non è un’attività tra le altre del soggetto umano, ma la forma stessa del suo rapporto con la realtà” Massimo Grattarola

Conoscere, percepire, capire, comprendere, intuire … termini usati spesso in modo un po’ casuale, spesso come fossero sinonimi.

Senza pretendere di dare un contributo alla filosofia della conoscenza, visto chi ne ha scritto, da Platone ad Aristotele, da San Tommaso a Kant, ecc., cerco di mettere in ordine alcune idee che derivano per buona parte dalla teoria della complessità, da Von Bertalanffy a Maturana e Varela, F.Capra, e soci.

Partiamo da un presupposto, sostanzialmente indimostrabile, ma che condivido con Einstein, Prigogine e molti altri, che una realtà esista “lì fuori” e che i processi percettivi  e conoscitivi costruiscano una qualche forma di relazione fra una realtà esterna e la mia realtà interna.

Vediamo allora alcune parole usate per descrivere i processi conoscitivi.

Capire e per-cepire fanno riferimento alla stessa radice latina càpere, da cui anche gli aggettivi italiani capace, capiente (“atto a contenere”).

Capire è così una modalità di conoscenza che c’entra con il “fare spazio”: ci deve essere lo spazio per “immagazzinare” un’informazione, che venga da uno stimolo sensoriale o da una comunicazione verbale, o altro.

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, ma anche di chi non può sentire, in quanto non ha la capacità di ascolto. E per capacità possiamo intendere sia gli strumenti fisici e neurologici (un non udente, per esempio), ma anche lo “spazio neuronale” in cui mettere l’informazione per poi trattarla.

Com-prendere e ap-prendere mi sembra facciano riferimento alla capacità di “far propria” un’informazione. Mi sembra che ciò possa consistere nella capacità di collegare quell’informazione alle altre già organizzate nei nostri schemi interpretativi: se interpretare vuole dire “attribuire significato”, allora un’informazione non è utile non “ha senso” se non posso interpretarla, cioè connetterla con altre, in un quadro che mi sono costruito.

Fra parentesi, questo significa che un’informazione che non si riesce a collocare nel quadro interpretativo dato può risultare estremamente preziosa, in quanto può forzare a modificare e ampliare il quadro stesso (o, a volte, condurre alla follia).

Con intuire (dal latino in-tuere: guardare dentro), però, entriamo in un campo completamente diverso. Usciamo dalla conoscenza individuale, personale, per entrare nel campo sistemico.

Brevissimo ripassino: Un sistema è definito dalle interrelazioni dei suoi componenti, ed ha, per definizione, la capacità di sviluppare caratteristiche “emergenti” che non appartengono ai singoli componenti del sistema: l’insieme, cioè, è sempre maggiore della somma delle parti.

Noi, in quanto uomini, siamo individui, ma anche sistemi (di tessuti, organi, cellule …), e, soprattutto, apparteniamo, ovvero facciamo parte, di numerosi sistemi sociali (famiglia, amici, associazioni, partiti, tifoserie, ecc.). Questi sistemi esistono in quanto tali e, perciò, sviluppano conoscenze autonome, di sistema, cui nessun componente individuale può accedere (né, tantomeno, appropriarsene).

Non si può, cioè, ap-prendere o com-prendere una conoscenza sistemica: è a un meta-livello. Si può, però, intuirla, entrare in contatto con questa conoscenza, in forma provvisoria, fugace, senza la possibilità di “portarla a casa” di “farla propria”. È un po’ come guardare dal buco di una serratura: parziale, incerto, sfuocato. Soprattutto, non riconducibile al nostro livello individuale. Questa è l’esperienza dell’intuizione, che spesso sorge in situazioni meditative. Non resta, come un’informazione, ma lascia una scia, una nostalgia.

Difficile da usare, spesso, in quanto non appropriabile, ma, a volte, utilizzabile per completare un puzzle che non riuscivamo a risolvere, o per buttare all’aria uno schema interpretativo che sembrava coerente, ma va in pezzi di fronte all’intuizione.

Permettere la conoscenza intuitiva significa porsi nella condizione di sospendere l’attività mentale volontaria, il processo di pensiero guidato, per mettersi in ascolto, in sospensione. Gran parte delle intuizioni giungono in momenti in cui non si sta pensando consapevolmente e non si è focalizzati (interessante su questa tematica “L’atto della creazione” di Arthur Koestler).

Sospendere il pensiero, rinunciare ad appropriarsi, scoprire di appartenere a comunità più ampie.

Complessità

“Il ventunesimo secolo sarà il secolo della complessità”. Così disse Stephen Hawking.

Per ora sembra il secolo in cui domina la paura della complessità, fra costruzioni di muri, chiusure di porti, abbandoni di Unioni. “Scavare fossati e nutrire coccodrilli” sembra la scelta della maggioranza delle donne e degli uomini, di fronte alle sfide della complessità e della globalizzazione (cioè, dell’interrelazione).

Eppure Hawking ha certamente ragione. Il problema è che non abbiamo ancora bussole per la complessità: la semplificazione non è una risposta, semplicemente non funziona. Ma la nostra capacità di comprendere e prevedere è ancora fortemente legata all’approccio deterministico, riduzionistico e lineare. Continuiamo a tentare di spiegarci come funziona il mondo, sempre più complesso e interconnesso, con strumenti obsoleti, che ricercano una linearità causa-effetto, che non esiste in natura.

La costante, deprimente, continua, verifica delle difficoltà di funzionamento dei dispositivi politici e sociali costruiti nel ventesimo secolo porta oggi rancore e diffidenza, da parte dei cittadini, ridotti ormai alla sola dimensione di consumatori insoddisfatti (chi ricorda Marcuse?).

Con le parole di Gino Mazzoli, “l’attuale articolazione delle forme della democrazia non sembra in grado di proporre risposte efficaci”. Il tema presenta quindi degli aspetti rilevanti anche da un punto di vista politico.

Non c’è stata, finora, alcuna capacità di tradurre la rivoluzione scientifica in corso, ormai da più di un secolo, in nuove modalità di comprensione del mondo e ancor meno di interpretazione e governo dei fenomeni sociali.

Eppure di tempo ne è passato! I primi anni del secolo scorso hanno visto sgretolarsi la nostra idea di materia: la ricerca dell’ultimo elemento, del mattoncino fondamentale, dell’atomo di Democrito, si è spostata dall’atomo alle particelle elementari, ma non riusciamo ad abbandonare l’idea che questo mattoncino esista, mentre la meccanica quantistica ha ormai chiaramente dimostrato che, per dirla con le parole di Fritjof Capra, “le particelle elementari non sono cose, sono probabilità e non sono probabilità di cose, ma di interrelazioni”!

Se da Copernico a Newton ci sono voluti quasi due secoli per l’accettazione del sistema eliocentrico (con tutto ciò che ha comportato in termini filosofici e di collocazione della Terra, e dell’uomo, non più al centro dell’Universo), non sembra che l’accelerazione tecnologica e comunicativa odierna permetta un cambio di paradigma, verso la complessità e l’interconnessione, in tempi più celeri.

Si tratta quindi di abbandonare il paradigma deterministico, Ma come tradurre questo nuovo sapere in strumenti utili a comprendere il mondo e governare processi?

La nuova alleanza

L’influenza del pensiero scientifico sulle organizzazioni sociali.

“… sono ottimista e ho fondate ragioni per ritenere, sulla scorta dello studio della natura,
che stiamo andando verso un futuro migliore … per compiere un passo in avanti
verso una società più umana la scienza può svolgere un ruolo decisivo.”
Ilya Prigogine

Molti sono i modi in cui gli sviluppi della scienza influiscono sulla vita delle persone, sulle modalità di guardare al mondo e di stare nel mondo.
I più immediati, per quanto ci concerne direttamente, nei nostri tempi, riguardano le acquisizioni tecnologiche: la radio, il telefono, la TV, i computer, i cellulari, internet, hanno rivoluzionato profondamente non solo le nostre abitudini quotidiane, ma anche i nostri sistemi di relazioni e le organizzazioni sociali, con una progressiva accelerazione. Continua la lettura di La nuova alleanza