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Percezione e conoscenza

Sulla percezione e la conoscenza

“La conoscenza non è un’attività tra le altre del soggetto umano, ma la forma stessa del suo rapporto con la realtà” Massimo Grattarola

Conoscere, percepire, capire, comprendere, intuire … termini usati spesso in modo un po’ casuale, spesso come fossero sinonimi.

Senza pretendere di dare un contributo alla filosofia della conoscenza, visto chi ne ha scritto, da Platone ad Aristotele, da San Tommaso a Kant, ecc., cerco di mettere in ordine alcune idee che derivano per buona parte dalla teoria della complessità, da Von Bertalanffy a Maturana e Varela, F.Capra, e soci.

Partiamo da un presupposto, sostanzialmente indimostrabile, ma che condivido con Einstein, Prigogine e molti altri, che una realtà esista “lì fuori” e che i processi percettivi  e conoscitivi costruiscano una qualche forma di relazione fra una realtà esterna e la mia realtà interna.

Vediamo allora alcune parole usate per descrivere i processi conoscitivi.

Capire e per-cepire fanno riferimento alla stessa radice latina càpere, da cui anche gli aggettivi italiani capace, capiente (“atto a contenere”).

Capire è così una modalità di conoscenza che c’entra con il “fare spazio”: ci deve essere lo spazio per “immagazzinare” un’informazione, che venga da uno stimolo sensoriale o da una comunicazione verbale, o altro.

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, ma anche di chi non può sentire, in quanto non ha la capacità di ascolto. E per capacità possiamo intendere sia gli strumenti fisici e neurologici (un non udente, per esempio), ma anche lo “spazio neuronale” in cui mettere l’informazione per poi trattarla.

Com-prendere e ap-prendere mi sembra facciano riferimento alla capacità di “far propria” un’informazione. Mi sembra che ciò possa consistere nella capacità di collegare quell’informazione alle altre già organizzate nei nostri schemi interpretativi: se interpretare vuole dire “attribuire significato”, allora un’informazione non è utile non “ha senso” se non posso interpretarla, cioè connetterla con altre, in un quadro che mi sono costruito.

Fra parentesi, questo significa che un’informazione che non si riesce a collocare nel quadro interpretativo dato può risultare estremamente preziosa, in quanto può forzare a modificare e ampliare il quadro stesso (o, a volte, condurre alla follia).

Con intuire (dal latino in-tuere: guardare dentro), però, entriamo in un campo completamente diverso. Usciamo dalla conoscenza individuale, personale, per entrare nel campo sistemico.

Brevissimo ripassino: Un sistema è definito dalle interrelazioni dei suoi componenti, ed ha, per definizione, la capacità di sviluppare caratteristiche “emergenti” che non appartengono ai singoli componenti del sistema: l’insieme, cioè, è sempre maggiore della somma delle parti.

Noi, in quanto uomini, siamo individui, ma anche sistemi (di tessuti, organi, cellule …), e, soprattutto, apparteniamo, ovvero facciamo parte, di numerosi sistemi sociali (famiglia, amici, associazioni, partiti, tifoserie, ecc.). Questi sistemi esistono in quanto tali e, perciò, sviluppano conoscenze autonome, di sistema, cui nessun componente individuale può accedere (né, tantomeno, appropriarsene).

Non si può, cioè, ap-prendere o com-prendere una conoscenza sistemica: è a un meta-livello. Si può, però, intuirla, entrare in contatto con questa conoscenza, in forma provvisoria, fugace, senza la possibilità di “portarla a casa” di “farla propria”. È un po’ come guardare dal buco di una serratura: parziale, incerto, sfuocato. Soprattutto, non riconducibile al nostro livello individuale. Questa è l’esperienza dell’intuizione, che spesso sorge in situazioni meditative. Non resta, come un’informazione, ma lascia una scia, una nostalgia.

Difficile da usare, spesso, in quanto non appropriabile, ma, a volte, utilizzabile per completare un puzzle che non riuscivamo a risolvere, o per buttare all’aria uno schema interpretativo che sembrava coerente, ma va in pezzi di fronte all’intuizione.

Permettere la conoscenza intuitiva significa porsi nella condizione di sospendere l’attività mentale volontaria, il processo di pensiero guidato, per mettersi in ascolto, in sospensione. Gran parte delle intuizioni giungono in momenti in cui non si sta pensando consapevolmente e non si è focalizzati (interessante su questa tematica “L’atto della creazione” di Arthur Koestler).

Sospendere il pensiero, rinunciare ad appropriarsi, scoprire di appartenere a comunità più ampie.