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Complessità

“Il ventunesimo secolo sarà il secolo della complessità”. Così disse Stephen Hawking.

Per ora sembra il secolo in cui domina la paura della complessità, fra costruzioni di muri, chiusure di porti, abbandoni di Unioni. “Scavare fossati e nutrire coccodrilli” sembra la scelta della maggioranza delle donne e degli uomini, di fronte alle sfide della complessità e della globalizzazione (cioè, dell’interrelazione).

Eppure Hawking ha certamente ragione. Il problema è che non abbiamo ancora bussole per la complessità: la semplificazione non è una risposta, semplicemente non funziona. Ma la nostra capacità di comprendere e prevedere è ancora fortemente legata all’approccio deterministico, riduzionistico e lineare. Continuiamo a tentare di spiegarci come funziona il mondo, sempre più complesso e interconnesso, con strumenti obsoleti, che ricercano una linearità causa-effetto, che non esiste in natura.

La costante, deprimente, continua, verifica delle difficoltà di funzionamento dei dispositivi politici e sociali costruiti nel ventesimo secolo porta oggi rancore e diffidenza, da parte dei cittadini, ridotti ormai alla sola dimensione di consumatori insoddisfatti (chi ricorda Marcuse?).

Con le parole di Gino Mazzoli, “l’attuale articolazione delle forme della democrazia non sembra in grado di proporre risposte efficaci”. Il tema presenta quindi degli aspetti rilevanti anche da un punto di vista politico.

Non c’è stata, finora, alcuna capacità di tradurre la rivoluzione scientifica in corso, ormai da più di un secolo, in nuove modalità di comprensione del mondo e ancor meno di interpretazione e governo dei fenomeni sociali.

Eppure di tempo ne è passato! I primi anni del secolo scorso hanno visto sgretolarsi la nostra idea di materia: la ricerca dell’ultimo elemento, del mattoncino fondamentale, dell’atomo di Democrito, si è spostata dall’atomo alle particelle elementari, ma non riusciamo ad abbandonare l’idea che questo mattoncino esista, mentre la meccanica quantistica ha ormai chiaramente dimostrato che, per dirla con le parole di Fritjof Capra, “le particelle elementari non sono cose, sono probabilità e non sono probabilità di cose, ma di interrelazioni”!

Se da Copernico a Newton ci sono voluti quasi due secoli per l’accettazione del sistema eliocentrico (con tutto ciò che ha comportato in termini filosofici e di collocazione della Terra, e dell’uomo, non più al centro dell’Universo), non sembra che l’accelerazione tecnologica e comunicativa odierna permetta un cambio di paradigma, verso la complessità e l’interconnessione, in tempi più celeri.

Si tratta quindi di abbandonare il paradigma deterministico, Ma come tradurre questo nuovo sapere in strumenti utili a comprendere il mondo e governare processi?