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Coltivare la partecipazione


La partecipazione dei cittadini al benessere delle comunità
è un prodotto storico dell’intreccio fra fermenti sociali e cornici normative

C’è un filo che attraversa la storia italiana dal dopoguerra ad oggi: lo sviluppo di forme sempre nuove di partecipazione.
Dalle reti spontanee della ricostruzione alle grandi riforme degli anni Settanta, dalla crisi dei partiti storici fino alla stagione del volontariato organizzato e del Terzo settore, la partecipazione dei cittadini alla vita collettiva non è mai stata solo espressione culturale o morale, ma anche il risultato di scelte politiche e normative.
Le leggi, in alcuni momenti storici, hanno saputo anticipare la società, trasformando pratiche comunitarie diffuse in strumenti di diritto pubblico.
Oggi, con la riforma del Terzo settore e lo sviluppo dell’Amministrazione condivisa, si apre una possibilità di partecipazione adulta e corresponsabile — a condizione che istituzioni e cittadini imparino di nuovo a fidarsi e a collaborare.
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La partecipazione in Italia: dalla ricostruzione del dopoguerra all’amministrazione condivisa dei beni comuni
1. Il dopoguerra e la partecipazione “naturale”
Nell’immediato dopoguerra la partecipazione è diffusa, spontanea, quasi naturale.
Le persone si mobilitano per la ricostruzione materiale e morale del Paese, spesso attraverso reti informali, parrocchie, cooperative di consumo, società di mutuo soccorso, sindacati. 
È una partecipazione intensamente vissuta ma deregolata, che nasce dalla spinta collettiva alla rinascita, prima ancora che da diritti codificati.
Durante il boom economico, questo slancio si traduce in un’idea di progresso condiviso, ma non ancora in una partecipazione istituzionalizzata, se non tramite i partiti, che sono i corpi intermedi più organizzati, ampiamente diffusi sui territori, con sezioni che diventano centri di formazione politica e sociale e luoghi di partecipazione
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2. Gli anni Settanta: la stagione dei diritti e della partecipazione regolata
I movimenti del ’68 e degli anni successivi trasformano l’energia sociale diffusa in domanda di diritti e riconoscimento istituzionale.
Le istituzioni rispondono, e gli anni Settanta diventano la grande stagione della partecipazione normata e organizzata:
• la nascita del Servizio Sanitario Nazionale (1978), con la partecipazione dei cittadini nei consigli sanitari locali;
• la legge 180/1978, che abolisce i manicomi e introduce l’assistenza psichiatrica territoriale, frutto della rivoluzione culturale e civile di Franco Basaglia;
• l’obbligo scolastico fino alla scuola media (unificata dal 1962), i decreti delegati del 1974, che introducono la partecipazione dei genitori e degli studenti alla vita scolastica;
• l’integrazione degli alunni disabili (legge 517/1977, che abolisce le classi differenziali);
• lo Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), la scala mobile e i consigli di fabbrica.
• la pensione sociale (1969)
È un decennio in cui la partecipazione diventa parte della costruzione dello Stato democratico.
Il principio di uguaglianza, sancito dalla Costituzione, trova attuazione nella possibilità di partecipare alla vita pubblica, al lavoro, alla salute, all’istruzione.
In questa fase lo Stato diventa il principale garante del diritto alla partecipazione: la cittadinanza si costruisce attraverso lo sviluppo delle istituzioni pubbliche. Il ruolo dei partiti tradizionali è ancora centrale.
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3. Anni Ottanta: riflusso e metamorfosi
Gli anni Ottanta segnano un riflusso: la frammentazione dei corpi soociali, il ritorno all’individualismo, la retorica della “Milano da bere”, il Craxismo e la progressiva delegittimazione del pubblico aprono la strada a un nuovo modello sociale centrato sul consumo e sul successo personale. La distanza fra i partiti e i problemi dei cittadini si amplia. Gli iscritti cominciano un calo inarrestabile  e le sezioni si svuotano.
Mentre la politica arretra, l’associazionismo e la cooperazione sociale crescono.
È la stagione in cui prende forma un nuovo tessuto civile, meno ideologico e più operativo: comitati, cooperative, gruppi di volontariato.
Questa partecipazione “dal basso” troverà un riconoscimento normativo nei decenni successivi.
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4. Gli anni Novanta: la stagione delle leggi sul Terzo settore
Negli anni Novanta crolla la prima repubblica e i partiti tradizionali si trasformano, con la personalizzazione dei leader e la chiusura delle sedi diffuse sui territori. Contemporaneamente, lo Stato riconosce la pluralità dei soggetti della società civile:
• la legge 266/1991 sul volontariato, e l’istituzione dei Centri di Servizio per il Volontariato (CSV), che consolidano la funzione pubblica dell’impegno civico.
• la 381/1991 sulle cooperative sociali,
• la 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale,
Parallelamente, la legge Amato (1990) e le successive riforme del sistema bancario creano le fondazioni di origine bancaria, che diverranno attori rilevanti del sostegno alle iniziative sociali (pur dentro la logica competitiva dei bandi).
In questa fase, la partecipazione si istituzionalizza in soggetti collettivi: cittadini attivi, certo, ma prevalentemente impegnati in organizzazioni sociali riconosciute.
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5. A cavallo dei due secoli: la programmazione partecipata
Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, due leggi aprono un nuovo spazio di collaborazione fra istituzioni e Terzo settore (e di coprogettazione ante litteram):
• la legge 285/1997 (con l’istituzione del fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza),
• e la legge quadro 328/2000, che istituisce i Piani di Zona come strumento di programmazione territoriale condivisa.
In molte regioni questi strumenti favoriscono la partecipazione programmata tra enti pubblici, cooperative e associazioni.
Ma la riforma costituzionale del 2001, pur introducendo il principio di sussidiarietà, nell’art.118, affida le competenze sociali alle regioni, frammentando il quadro nazionale.
Così, in assenza di politiche regionali coerenti (come, per esempio, in Lombardia), i Piani di Zona tendono a svuotarsi come contesti di coprogrammazione e coprogettazione, per diventare semplici distributori di (scarse) risorse. La partecipazione si indebolisce.
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6. Dal 2000 ad oggi: crisi e nuove possibilità
Nei primi vent’anni del nuovo secolo, il mondo della partecipazione entra in una crisi silenziosa. I partiti non sono più soggetti di pratiche partecipative: il calo dei votanti denuncia con chiarezza l’allontanamento dei cittadini da questa forma di partecipazione.

Nel contempo, le piccole associazioni faticano a reggere il peso burocratico/amministrativo e la rarefazione delle risorse, i grandi soggetti cooperativi si professionalizzano e si concentrano sulla sola gestione dei servizi, perdendo in parte la dimensione politica e comunitaria.
La partecipazione sembra ridursi a procedure, a episodi, a momenti rituali (come, per esempio, molte consulte di quartiere) spesso ridotti a mini-parlamentini senza alcun potere, o a rissose assemblee di reciproche accuse.
Eppure, in questo momento di grande impoverimento emergono due innovazioni normative che riaprono spazi nuovi:
• il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni (promosso da Labsus, accolto dal Comune di Bologna nel 2014, oggi approvato da oltre 300 Comuni italiani, fra cui Cologno Monzese),
• la Riforma del Terzo settore, con il Codice del Terzo settore (2017), che contiene la coprogrammazione e la coprogettazione (art. 55).
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Nuove possibilità, nuovi apprendimenti
Questi strumenti segnano un cambio di paradigma: la partecipazione non è più solo consultiva o rivendicativa, ma diventa co-decisione, co-produzione, co-responsabilità: l’Amministrazione condivisa.
Ma perché questa potenzialità si realizzi, serve un cambiamento culturale e organizzativo profondo che coinvolga tre soggetti: le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni sociali e i cittadini attivi.
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1. Le amministrazioni pubbliche
Per i Comuni — come Cologno Monzese, dove oggi l’amministrazione condivisa inizia a prendere forma — il cambiamento richiesto è radicale.
L’amministrazione deve imparare ad abbandonare la postura del “controllore” o del “committente” e assumere quella del “regista”, facilitatore di processi collettivi.
Non si tratta più di emanare bandi, o di affidare incarichi o appalti, ma di costruire tavoli, alleanze, patti.
Serve una nuova capacità di ascolto, la disponibilità a riconoscere nei cittadini e nelle organizzazioni portatori di conoscenza e non solo di bisogni.
Sul piano organizzativo, ciò significa:
• semplificare procedure e linguaggi;
• riformulare la logica della rendicontazione, che non può misurare solo la spesa ma deve restituire senso e relazione;
• investire nella formazione dei funzionari, affinché imparino a gestire processi collaborativi e non solo atti amministrativi.
È una rivoluzione di cultura istituzionale, che trasforma la pubblica amministrazione in soggetto di cura della comunità.
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2. I cittadini organizzati: associazioni e cooperative
Per le organizzazioni del Terzo settore, la riforma e il regolamento dei beni comuni aprono la possibilità di tornare ad essere luoghi di pensiero, non solo di gestione.
La coprogettazione offre loro la chance di co-definire le politiche sociali, ma chiede in cambio:
• di superare la cultura della competizione, dilagata in questi anni di progettazioni su bando, e di ricostruire reti di collaborazione;
• di investire nella capacità riflessiva, nel monitoraggio qualitativo e nel dialogo inter-organizzativo;
• di riconnettere la propria identità professionale a quella civica, recuperando la tensione politica originaria dell’impegno sociale.
La sfida, in sintesi, è tornare a essere agenti di cambiamento e non solo prestatori di servizi.
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3. I cittadini attivi non organizzati
Per i cittadini singoli o i gruppi informali, il regolamento per l’amministrazione condivisa introduce un’innovazione di grande rilievo: la possibilità di collaborare direttamente con le istituzioni attraverso i patti di collaborazione.
Questo consente di riconoscere e valorizzare forme di impegno civico quotidiano — la cura di uno spazio, l’animazione di un quartiere, la gestione condivisa di un bene — senza dover passare per la mediazione di un’organizzazione.
Ma per i cittadini questo implica un apprendimento civico:
• accettare la dimensione pubblica delle proprie azioni, con responsabilità e trasparenza;
• comprendere che la cura di un bene comune è anche una forma di governo, non solo di volontariato;
• e soprattutto, imparare a lavorare con l’amministrazione invece che contro di essa, in una logica di fiducia reciproca che rompa la storica diffidenza tra cittadini e istituzioni.
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Verso una nuova ecologia della partecipazione
In conclusione, la partecipazione dei cittadini alla vita sociale e comunitaria è una questione di cultura civica, ma anche di contesto normativo: dipende da come lo Stato riconosce e struttura la possibilità di intervenire nella sfera pubblica.
Ciò che consente questa continua contaminazione fra istituzione e istanze comunitarie è la possibilità di rappresentanza di queste istanze negli ambiti deputati alla legislazione, elemento essenziale della democrazia.
Vale infatti la pena ricordare che i momenti di maggiore avanzamento normativo nella storia della partecipazione — dalla legge 266/1991 fino alla riforma del Terzo settore del 2017 — non sono frutto di processi tecnici, ma dell’ingresso nelle istituzioni di persone che provenivano da esperienze dirette di cittadinanza attiva.
Figure come Maria Eletta Martini, Luigi Bobba o, in altra forma, Franco Basaglia, hanno portato nel linguaggio della legge il sapere implicito dell’associazionismo e della comunità, trasformando pratiche di prossimità in strumenti di diritto pubblico.
È il segno che, quando la politica è attraversata da esperienze vive della società, la normativa può armonizzarsi o addirittura anticipare la cultura diffusa, aprendo sentieri che la società stessa poi impara a percorrere.
Questi due dispositivi — il regolamento dei beni comuni e la riforma del Terzo settore — contengono gli strumenti dell’Amministrazione condivisa: coprogrammazione, coprogettazione, patti di collaborazione, che disegnano insieme una nuova ecologia della partecipazione, fondata su prossimità, corresponsabilità e fiducia.
Dopo decenni di partecipazione delegata o burocratizzata, si apre la possibilità di una partecipazione adulta e relazionale, capace di abitare la complessità e di riconoscere la dimensione organica dei processi sociali.
La sfida è passare da una partecipazione pianificata a una partecipazione coltivata:
garantita sì dalla legge, ma resa possibile da contesti istituzionali e sociali che ne riconoscono la vitalità.
Solo così la partecipazione torna a essere ciò che è stata nei suoi momenti migliori: una forma di generatività collettiva, un modo con cui le società e le comunità si prendono cura di sé stesse, immaginano e realizzano il proprio futuro.

Valutare l’Innovazione Sociale – Autopoiesi e Teoria del Cambiamento

Parte 1

A chi mi rivolgo

Questo testo è rivolto, in primis, a chi opera negli snodi della programmazione e della progettazione sociale. Ma anche a chi ha semplicemente curiosità o interesse scientifico nei confronti del tema della valutazione e del funzionamento dei sistemi e dei processi sociali.

In questi tempi di grande interesse (e di grande confusione) sul tema della valutazione d’impatto sociale credo occorra studiare, elaborare pensiero e proposte, confrontarsi e sperimentare. Queste mie proposte si basano su un’esperienza di quasi quarant’anni di impegno nella progettazione e valutazione in campo sociale, gli ultimi dieci come direttore di un Centro di Servizio per il Volontariato. 

Intendo portare argomenti di riflessione e proposte in due direzioni:

  • per chi opera con responsabilità di governo e di gestione negli Enti di Terzo Settore, sulla necessità di imparare a rilevare e raccontare non tanto quello che si fa, quanto quello che si produce, in termini di cambiamento sociale;
  • per chi ha responsabilità di regìa nel welfare locale (amministrazioni comunali, uffici di piano, enti finanziatori di progetti …), sulla necessità di costruire delle teorie del cambiamento realistiche e verificarne l’applicabilità attraverso sperimentazioni scientificamente solide e affidabili.

Lo scopo ultimo è la proposta di una Teoria del cambiamento e, di conseguenza, di metodi e strumenti per impostare disegni valutativi innovativi in merito ad interventi sociali mirati al cambiamento.

Abstract

L’articolo intende apportare elementi utili a dimostrare:

che i sistemi sociali vanno intesi come sistemi complessi e, di conseguenza, che l’approccio lineare e deterministico non può dar conto di quanto avviene in realtà, mentre l’ottica sistemica è in grado di descriverne meglio il funzionamento;

che, osservati in questa ottica, i sistemi sociali presentano modalità di funzionamento confrontabili con quanto avviene nei sistemi complessi, aperti, dinamici, autopoietici, studiati dalle scienze naturali: biologia, genetica, termodinamica, fisica[1], consentendo di individuare, per analogia, elementi predittivi verificabili;

che, a partire da queste premesse, si può individuare il fenomeno della catalisi come un regolatore decisivo, che indirizza e governa i processi autopoietici e i cambiamenti strutturali nei sistemi.

che, infine, la fiducia, può essere individuata come un catalizzatore decisivo nei sistemi sociali, così come gli enzimi lo sono nelle cellule dei sistemi viventi.

A partire da questi assunti, che spero di dimostrare in forma convincente, nell’ultima parte cerco di formulare le possibili domande valutative di fondo, che dovrebbero guidare la progettazione e la valutazione di iniziative di innovazione sociale, in un’ottica di welfare comunitario e generativo; infine, anche attraverso alcuni esempi, avanzo alcune proposte di possibili dispositivi e strumenti concreti per sperimentazioni in questa direzione.

Premesse

Il mio punto di vista è quello di un attore del welfare che, a partire da una formazione personale in fisica, da quasi quarant’anni opera in diversi soggetti del Terzo Settore. Ho quindi un’attenzione particolare verso il ruolo che questi soggetti svolgono e, ancor più, potrebbero svolgere per lo sviluppo di una società aperta, accogliente e basata sulla fiducia.

L’articolo si compone di due parti.

La prima tratta di innovazione sociale e di valutazione d’impatto e si appoggia su acquisizioni, direi, ampiamente condivise, organizzandole, però, in un quadro di interrelazioni innovative che mi sembra interessante.

Per quanto riguarda la seconda, invece, che tratta della Teoria del cambiamento, le riflessioni e le ipotesi formulate sono molto personali, e, mi rendo conto, piuttosto audaci, pur appoggiandosi a elaborazioni scientifiche autorevoli.

Ritengo quindi importante e corretto esplicitare da subito il sistema di premesse che guida le mie riflessioni:

  • chi agisce nel sociale agisce prevalentemente su/in sistemi. La principale proprietà dei sistemi consiste nel fatto che l’insieme sviluppa caratteristiche che le singole parti non hanno, caratteristiche definite “emergenze”. Pertanto il paradigma riduzionistico non funziona: se smonti il sistema nei suoi componenti non puoi capire come funziona, perché il suo funzionamento dipende soprattutto dalle relazioni fra i componenti; se si vuole produrre cambiamento occorre quindi concentrarsi sulle interrelazioni;
  • allo stesso modo, nei sistemi, anche il paradigma causale deterministico non è applicabile: l’idea di poter connettere in modo lineare e conseguente azioni ed effetti non funziona. Una piccola variazione può causare grandi effetti (il famoso battito delle ali della farfalla in Cina che provoca un tornado in Messico), mentre grandi sforzi a volte (spesso) non cambiano nulla. La mia ipotesi, però, è che tutto questo non avvenga con pura casualità e, quindi, che si possano rintracciare schemi e modalità di funzionamento ricorrenti. Dimostrare questo assunto è lo scopo del mio impegno in questo testo[2].

Parlerò quindi, prevalentemente, di “innovazione sociale” e di “valutazione d’impatto” per sottolinearne da un lato l’importanza e, contemporaneamente, proporre approcci, modalità e strumenti diversi da quanto si trova oggi in letteratura e nella gran parte delle sperimentazioni in atto[3].


[1] Non è un’idea particolarmente innovativa: vedi, per esempio,  Niklas Luhmann, L’autopoiesi dei sistemi sociali, Liguori editore, Napoli, 1986

[2] Queste acquisizioni, fra l’altro, sono ormai più che secolari per le c.d. scienze esatte, come la fisica, mentre, stranamente, non sono recepite nelle c.d. scienze umane, in cui, in campi come la valutazione d’impatto sociale, si resta legati a un paradigma lineare, deterministico e riduzionistico (vedi la c.d. “catena del valore”), sicuramente non in grado di descrivere (e ancor meno di spiegare o di permettere previsioni attendibili) quanto avviene nei sistemi sociali.

[3] Senza voler approfondire, dato il carattere del testo, i riferimenti scientifici vanno dalla teoria generale dei sistemi, ai sistemi dinamici autopoietici, alla teoria delle catastrofi, ai sistemi termodinamici lontani dall’equilibrio, alla matematica della morfogenesi, alla biologia quantistica. Una bibliografia al termine dello scritto può aiutare chi volesse approfondire il tema più ampiamente.