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Valutare l’innovazione sociale – parte XI

Alcune considerazioni (poco) conclusive.

In entrambi i casi presentati si può mettere in luce come la difficoltà principale sia quella del “trasferimento” della fiducia fra sistemi confinanti ma non comunicanti. L’allargamento dei confini dei sistemi è uno degli aspetti da considerare, insieme alla loro permeabilizzazione: nelle cellule organiche, per analogia, le membrane, che le delimitano, costituiscono un confine semipermeabile, che svolge il compito fondamentale di lasciar passare alcuni elementi e bloccarne altri.

Si può, allora, con grande modestia, sperimentare alcune piste di lavoro che possano costruire delle modellizzazioni provvisorie, attraverso progettazioni sperimentali di microinterventi sociali.

Molto sinteticamente, cerco di delineare alcuni passi da porre alla base di queste sperimentazioni, finalizzate all’accrescimento e alla misurazione del patrimonio fiduciario interno dei sistemi sociali, sia per quanto attiene la progettazione, sia per quanto attiene alla valutazione.

  1. Prima di tutto occorre Individuare i confini dei sistemi coinvolti (spesso numerosi). Chi sta dentro questi confini e quali scambi con l’ambiente avvengono.
  2. Vedere se e come questi confini possono essere ampliati o comunque attraversati da comunicazioni culturalmente recepibili da sistemi diversi, fino alla possibile interconnessione.
  3. Costruire attività finalizzate consapevolmente a questo scopo, cioè a contaminare le comunicazioni, trasferendo livelli di fiducia superiori dai sistemi che ne hanno di più ai sistemi che ne hanno meno.
  4. Misurare, con strumenti adeguati il livello di fiducia interpersonale presente all’interno dei sistemi coinvolti. Ovviamente queste misurazioni vanno fatte in più momenti, tenendo monitorato lo sviluppo del processo.

Le tipologie di progetto, gli obiettivi specifici e i risultati attesi possono essere molto diversi (come ben visibile nei due esempi riportati) e il disegno valutativo risentirà di queste diversità. Ma di volta in volta, si potrà costruire una serie di semplici dispositivi che permettano di rilevare il grado di fiducia presente nei sistemi coinvolti e i cambiamenti apportati in queste misurazioni da interventi finalizzati a questi esiti.

Occorrerà, infine, poter mettere in relazione i cambiamenti rilevati nei sistemi circa il livello di fiducia, con i cambiamenti “hard” rilevati tramite il processo di valutazione sui risultati specifici attesi per quello specifico intervento/progetto.

Questa fase, delicata, contiene l’annoso problema dell’attribuzione. Cioè della possibilità di attribuire con certezza i cambiamenti misurati all’intervento effettuato ed oggetto della valutazione.  Per quanto detto finora, ritengo che questo passaggio debba essere, se possibile, effettuato tramite meccanismi sperimentali randomizzati con approccio controfattuale.

Un impianto valutativo così descritto potrà mettere in luce le connessioni fra le attività svolte, i cambiamenti rilevati nel livello di fiducia, i cambiamenti rilevati in relazione ai risultati attesi ed auspicati dal progetto.

Verificare possibili applicazioni di questa teoria del cambiamento mi sembra una sfida interessante.

Indicazioni bibliografiche

Sui temi presentati si trovano numerosi riferimenti in letteratura, anche se, spesso, non specificamente orientati allo studio dei sistemi sociali. Cerco di dare un panorama dei testi che mi hanno permesso di costruire le mie riflessioni. Molti sono testi letti e riletti dagli anni ’70, altri sono più recenti. Non ho elencato i paper recenti sulla valutazione e l’innovazione sociale, in quanto sono davvero troppi, e comunque reperibili facilmente in rete. Non ho neppure messo le classiche indicazioni bibliografiche (editore, ecc.) in quanto con titolo ed autore, in biblioteca o su Internet si possono rintracciare tutte le informazioni utili a un eventuale approfondimento. L’anno di prima pubblicazione serve per contestualizzare i volumi nel periodo storico da cui sono scaturiti.

  1. Democrazia ed educazione – John Dewey – 1916
  2. Che cos’è la vita – Erwin Schroedinger – 1943
  3. Mutamenti nelle basi della scienza – Werner Heisemberg – 1944
  4. Summerhill – Alexander Neill – 1960
  5. Lettera a una professoressa – don Lorenzo Milani – 1967
  6. Pragmatica della comunicazione umana – – Paul Watzlawick e altri 1967
  7. La fiducia – Niklas Luhmann – 1968 – rivisto nel 1989
  8. Autopoiesi e cognizione – H.Maturana e F.Varela  – 1970
  9. Modelli matematici della morfogenesi – Renè Thom – 1971
  10. Le radici del caso – Artrhur Koestler – 1972
  11. Change – Paul Watzlawick e altri – 1974
  12. Il tao della fisica – Fritjof Capra – 1975
  13. L’atto della creazione – Arthur Koestler – 1978
  14. Mente e natura – Gregory Bateson – 1979
  15. La nuova alleanza – Ilya Prigogine – 1979
  16. Parabole e catastrofi – conversazione con Renè Thom – 1980
  17. Il punto di svolta – Fritjof Capra – 1982
  18. L’albero della vita – H.Maturana e F.Varela – 1984
  19. L’autopoiesi dei sistemi sociali – Niklas Luhmann – 1986
  20. Governare i beni collettivi – Elinor Oestrom – 1990
  21. In un diverso welfare – Ota de Leonardis – 1998
  22. La scienza della vita – Fritjof Capra – 2002
  23. Nuove immagini dell’Universo – Dalai Lama – 2006
  24. L’economia dei poveri – Esther Duflo – 2011
  25. Vita e natura – F. Capra e P.L. Luisi – 2014 

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Valutare l’innovazione sociale – Parte X

Parte X –  dove si presentano un paio di esempi

Valutare i sistemi tramite la fiducia attiva

Tornando al tema della valutazione, spero di essere riuscito a sostenere in modo convincente l’idea che la dimensione da tenere sotto osservazione negli interventi sociali di comunità sia la crescita della fiducia attiva all’interno del sistema, tentando di identificare quei fattori che ne permettono lo sviluppo e la riproduzione.

Questa è l’ipotesi, la cui validità propongo di sperimentare, tramite progetti sociali, anche modesti, ma che si suppongono in grado di introdurre un cambiamento persistente e misurabile nel capitale sociale del sistema in/su cui operano.

Si tratta quindi di impostare e realizzare progetti e impianti di valutazione basati su questa teoria del cambiamento, sull’assunto, cioè, che per ricostruire legami sociali e comunità occorre immettere fiducia nei sistemi sociali.

Quindi occorre programmare attività capaci di far crescere la fiducia in un sistema identificato, misurare il cambiamento ottenuto in questa direzione e connettere questi cambiamenti con i risultati hard previsti dal progetto.

Alcuni esempi possono facilitare la comprensione della proposta, da un punto di vista applicativo. Per miei limiti di esperienza e conoscenza, gli esempi sono riferiti al campo educativo.

Una prima considerazione su due esempi storici: Summerhill di Alexander Neill e la scuola di Barbiana di don Milani. Due esperimenti di educazione innovativa di innegabile successo, nel costruire persone realizzate, cittadini consapevoli ed attivi[1]. Le due proposte educative sono decisamente dissimili: l’una basata sulla libertà assoluta, l’altra sull’intensità del lavoro comune; entrambe, però, nascono da una figura carismatica che concede una fiducia assoluta ai ragazzi. Mi sembra che davvero l’elemento comune sia la presenza, in entrambi i sistemi, di relazioni alimentate da una fiducia incrollabile.

In questi due casi, l’immissione di fiducia nel sistema è principalmente dovuta alla presenza di una persona speciale, che ne garantisce la stabilità; però la continua riproduzione di fiducia nel sistema è un’attività permanente di autopoiesi: in ogni relazione fra i ragazzi, e con gli adulti di riferimento, la cultura del sistema genera e rigenera fiducia.

Ma è possibile progettare comunità fiduciarie, in assenza di figure carismatiche?

Alcuni esempi

Provo a proporre alla riflessione un paio di esempi di progetti, concretamente realizzati, che è possibile analizzare seguendo le indicazioni di questo testo. Sono progetti di dimensioni e durata modesti: difficile applicare dispositivi valutativi complessi, ma è solo per accompagnare la riflessione con esempi concreti.

In una scuola superiore, un’associazione di volontariato propone esperienze significative a ragazzi a rischio di dispersione (o comunque di insuccesso scolastico). Una quindicina di incontri, a cadenza settimanale, in piccoli gruppi, costruiti attentamente. I ragazzi incontrano, sul campo, esperienze e persone, mondi sconosciuti, dalla disabilità all’immigrazione, al commercio equo, alla protezione degli animali e dell’ambiente. Si crea una comunità, un sistema provvisorio, ma in cui i ragazzi sperimentano relazioni e ruoli sono molto diversi da quanto avviene nella vita scolastica quotidiana.

Ma i ragazzi appartengono anche, e più intensamente, al sistema classe III A. Se L. è riconosciuto e identificato come elemento emarginato, per le sue difficoltà nelle relazioni con i compagni, con uno o più insegnanti, o con lo studio, un cambiamento è auspicabile, ma la situazione tende a confermare ogni giorno la sua immagine di ragazzino emarginato. Il sistema III A è strutturato per confermare il suo ruolo. Un cambiamento è difficile e non può accadere senza un intervento dall’esterno! Gli insegnanti e i compagni lo incontrano tutti i giorni e tutti i giorni la sua reputazione è confermata (ineluttabilmente) dal sistema di relazioni in cui è immerso e che lo definisce.

Se L. viene invitato in un percorso diverso, cioè nel progetto che prevede esperienze di volontariato, entra (provvisoriamente ed episodicamente) in un altro sistema, in cui la fiducia è posta come premessa e, quindi gli viene concessa apriori (come abbiamo visto, unico modo per costituire legami fiduciari). In questo nuovo sistema, L. dimostra doti inaspettate, rinuncia ad atteggiamenti aggressivi, partecipa ad un sistema di relazioni diverse (e non tradisce la fiducia concessa!).

Questo indubbio risultato non può, però, venire assunto automaticamente dal sistema classe III A, in quanto i due sistemi sono sostanzialmente impermeabili l’uno all’altro (e il primo, la classe, i compagni, i professori, hanno esperienza e relazioni con L. molto più frequenti e da molto più tempo: difficile mettere in dubbio un’esperienza consolidata).

Questo, nello sviluppo del progetto e nella restituzione degli esiti, da parte dell’associazione alla scuola, si concretizza in una diffidenza reciproca, e nella non accettazione, da parte degli insegnanti, dell’immagine di L. che i volontari riportano, come persona responsabile e affidabile.

La diffidenza degli insegnanti verso i volontari richiama sfiducia da parte dei volontari nei confronti della scuola.

La trasmissione della fiducia non è facile. Che fare?

Secondo esempio. Un progetto importante, di durata triennale, propone di valorizzare le differenze delle persone disabili seguite da un sistema locale di servizi, pubblici e/o affidati al terzo settore, sviluppando una serie di proposte che prevedono un maggior coinvolgimento delle famiglie, del tessuto associativo locale e delle persone con disabilità stesse in processi ed esperienze di apertura e integrazione.

Benché i dirigenti dei servizi facciano parte del gruppo di regìa del progetto, da una parte non trascurabile degli operatori dei servizi stessi il progetto è visto come un aggravio della loro quotidianità, anche quando gli operatori stessi condividono in pieno, almeno teoricamente, la filosofia del progetto (integrazione, valorizzazione delle differenze, ecc.).

Finisce che molte attività specifiche del progetto, che richiedono inevitabilmente un’alta flessibilità nell’impegno (serate, domeniche, ecc.), vengono gestite solo dagli stessi dirigenti che partecipano alla cabina di regìa.

Cosa possiamo imparare da questo esempio? C’è il meritorio tentativo di allargare il perimetro del sistema dei servizi, mettendolo in contatto con quello familiare e con altre realtà (volontariato, associazioni sportive, ecc.).

Ciascun servizio, però, è un sistema in sè, e un sistema che si basa sul rapporto di fiducia con le famiglie, che affidano i propri figli al servizio. Le famiglie si fidano del servizio, soprattutto per la sua capacità di garantire costanza e permanenza, dimostrata nel tempo. Si fidano meno di progetti che oggi ci sono e domani chissà (anche progetti con dotazioni economiche importanti e di durata pluriennale: l’orizzonte di preoccupazione delle famiglie è comunque molto più ampio).

Gli operatori dei servizi, richiesti di attività fuori orario e/o fuori routine, vedono il rischio di un peggioramento della loro condizione lavorativa. Diffidano anche dell’efficacia di queste offerte di attività integrative in merito al processo di miglioramento dei pazienti, di cui sottolineano le individualità diverse, i bisogni particolari, che, a volte, a loro parere (di indubbia competenza), non richiedono affatto l’esposizione a situazioni di integrazione allargata.

La loro diffidenza è rivolta anche al coinvolgimento di volontari (giustamente o meno, non interessa, in questo quadro): vedono il rischio di eventuali danni nell’intervento riabilitativo, dovuti ad approcci dilettanteschi.

L’allargamento del perimetro del gruppo che ha progettato non raggiunge chi opera, concretamente, sul territorio. Che fare?


[1] Sull’esito degli ex-allievi di entrambe le esperienze ci sono diverse ricerche fatte a distanza di parecchi anni, molto interessanti e concordi nel dare una valutazione molto positiva alle proposte educative.

Valutare l’innovazione sociale – Parte IX

La fiducia

Prima di affrontare il tema dei possibili metodi e strumenti per misurare la fiducia, facciamo un affondo sul tema: di cosa parliamo, quando usiamo il termine fiducia?

Si tratta di un termine polisemico, difficile da contenere in un solo significato. Cerco di tracciare i contorni di alcuni utilizzi comuni, prima di approfondire l’aspetto più interessante per le proposte qui avanzate.

Intanto, si può parlare di tre tipi di fiducia:

  • la fiducia in sé stessi, che troviamo utilizzata almeno in due direzioni: da un lato come sinonimo dell’autostima: una caratteristica che riguarda la solidità dell’identità personale; da un altro lato, soprattutto per derivazione da filosofie orientali, come una qualità interiore[1]. Molti autori di entrambe le tendenze la pongono come precondizione per lo sviluppo degli altri livelli di fiducia.
  • la fiducia nelle istituzioni, la cosiddetta “fiducia pubblica”, che riguarda un aspetto fondamentale della convivenza civile: se non ci fidiamo di chi ha il potere di governare la nostra società, se pensiamo che siano incapaci o corrotti, è a rischio la coesione sociale. La fiducia pubblica è attualmente ai livelli minimi, in Italia ma non solo. È una dimensione molto usata dagli studi non strettamente economici sul benessere delle comunità e dei paesi (vedi box);
  • la fiducia interpersonale, che riguarda le relazioni fra le persone e all’interno dei sistemi: è questa la dimensione più interessante per il nostro studio, soprattutto perché è una caratteristica che attiene alla relazione e non alle persone coinvolte: stiamo quindi parlando di una caratteristica emergente del sistema in cui sono immerse le persone. Questo elemento è estremamente rilevante, in ottica sistemica.

Trascurando, per lo scopo di questo testo, l’aspetto della fiducia in sé stessi, vale la pena di approfondire gli altri due aspetti:

La fiducia pubblica (cioè nelle istituzioni) è fortemente in crisi, in Italia, in permanente calo, come emerge con chiarezza dalle rilevazioni annuali dell’Istituto Demos (dati sostanzialmente confermati da altre rilevazioni demoscopiche e dall’OCSE).

Nell’ultimo decennio, resistono il Papa (con un netto aumento di fiducia in Papa Francesco, rispetto al precedente), le Forze dell’ordine, che contendono il primo posto al volontariato (che, in numerose rilevazioni, si attesta intorno all’80%), la scuola (stabile poco sopra al 50%), mentre la Chiesa perde qualche punto, come le articolazioni istituzionali (Regioni e Comuni), mentre gli ultimi (banche, parlamento e partiti politici), confermano l’ormai infimo indice di gradimento.

La fiducia nel volontariato resta un patrimonio di valore inestimabile. Oltre l’80% dei cittadini italiani afferma di avere molta o moltissima fiducia nel volontariato.

Il Volontariato organizzato possiede quindi un capitale inestimabile! Ma occorre davvero ripartire da zero, o quasi, per ricostruire il capitale sociale diffuso, a partire dalle comunità, investendo con parsimonia e oculatezza le risorse di fiducia del nostro patrimonio, tutelandole e salvaguardandole, perché quando il clima di sfiducia è così pervasivo, in un attimo il capitale rischia di disperdersi (come si è visto nei recenti casi relativi alle ONG di rescue dei migranti).

La fiducia interpersonale

Ma veniamo all’aspetto che maggiormente ci riguarda, per gli scopi di questo testo. Anche per quanto riguarda la fiducia nel prossimo, le statistiche danno un quadro estremamente preoccupante

Un altro elemento estremamente critico è evidenziato dal grafico qui sotto riprodotto, che rappresenta il progressivo deterioramento della fiducia nel prossimo: negli ultimi 4 anni l’accordo con l’affermazione “gran parte della gente è degna di fiducia” è passato dal 39% al 35%, al 33% per finire al 28%, con un 67% (pari ai due terzi del campione) che concordano, invece, con l’affermazione “gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede”.

Solo alcune comunità molto fortemente identitarie restano luoghi in cui la fiducia reciproca consente relazioni semplici ed efficaci.

Probabilmente, l’erosione del capitale di fiducia dipende dalla crescente mancanza di sistemi in cui identificarsi e sviluppare senso di appartenenza. La solitudine fa crescere la diffidenza.

Ma perché la fiducia interpersonale è così importante? Spero che la descrizione della sua funzione di catalizzatore nelle relazioni all’interno dei sistemi sociali sia stata convincente, in ogni caso, cerco di riportarne caratteristiche, funzioni e tipicità, attraverso alcuni estratti da “La fiducia” di Niklas Luhmann, l’autore che, a mio avviso, ha affrontato il tema con maggiore profondità e capacità di pensiero (i grassetti sono miei. Nda).

“Dove c’è la fiducia ci sono più possibilità di esperienza e di azione e aumentano sia la complessità del sistema sociale sia il numero di possibilità che esso può conciliare con la sua struttura, poiché con la fiducia abbiamo a disposizione una più efficace forma di riduzione della complessità”.

La fiducia è sempre un investimento a rischio”.

“Il problema del formarsi di relazioni basate sulla fiducia deve essere risolto passo dopo passo…. Sistemi di questo genere hanno bisogno di tempo”.

“È compito di chi ha fiducia definire i termini della situazione: egli deve mettersi nella condizione di essere tradito. La condizione essenziale è che l’altro abbia non solo la possibilità di tradire la fiducia, ma anche un interesse ben preciso a farlo. Per servire da conferma della fiducia accordata, l’accantonamento del proprio interesse, da parte dell’altro, deve presentarsi come un’occasione mancata e non come un semplice differimento del tradimento della fiducia. L’insieme di questi elementi costituisce la prima sequenza nella costruzione della fiducia”.

“Questo processo prende le mosse dall’accettazione di quello che abbiamo definito come “investimento a rischio” che, proprio per il suo carattere di scommessa, non si presta ad essere disciplinato da norme, ma assomiglia piuttosto ad un’azione eroica o sacra …. Non è possibile esigere la fiducia: la fiducia può unicamente essere offerta e accettata.”

“Per chi si fida, la propria vulnerabilità è lo strumento con cui dare vita ad una relazione basata sulla fiducia” … “È solo partendo dalla fiducia che egli ha la possibilità di formulare una norma secondo cui la sua fiducia non deve essere tradita, convincendo l’altro a stare dalla sua parte…. Così, le relazioni basate sulla fiducia non nascono da prescrizioni precedenti, ma possono causare l’emergere di norme a posteriori …. con la funzione di trasformare le condizioni in cui la fiducia nasce in condizioni di persistenza”. (inutile sottolineare la connessione con il termine “sostenibilità”. Nda)

Anche Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, scrive parole importanti sul tema:

“È proprio la fiducia che può creare il legame sociale e generare la comunità: a livello politico la mancanza di fiducia genera una stanchezza nella democrazia e quindi ne mina la credibilità, aprendo lo spazio alla barbarie.”

“Si tratta ora più che mai di rischiare la fiducia a partire dalle nostre relazioni personali, di ribadire la necessità della fiducia come fondamento della vita sociale. “Camminando si apre cammino”, così avendo fiducia si fa crescere la fiducia.”


[1] “se ti fidi di te stesso, ti fidi di tutto, perché ti fidi della vita” “un uomo che si fida, semplicemente si fida: se è ingannato nella sua fiducia, questa non si distrugge, anzi, si rafforza” (non sono particolarmente fan di Osho, cui appartengono queste citazioni, ma mi sembrano esplicative di questo interessante filone interpretativo del termine “fiducia”)

Valutare l’innovazione sociale – parte VIII

Parte VIII – dove si parla di catalizzatori, enzimi e fiducia

La funzione dei Catalizzatori

Oltre alla concentrazione dei reagenti e agli elementi di contesto (temperatura, pressione, ecc.), un fattore decisivo, nei processi chimici, è costituito dai catalizzatori. Questi sono agenti chimici che si accoppiano ai reagenti, poi si sottraggono, a volte vengono prodotti dalle reazioni stesse (così riproducendosi in progressione geometrica, in un fenomeno detto “autocatalisi”). L’interessante è che sono in grado, nella chimica della vita, di selezionare una fra le mille reazioni possibili e di accelerarla fino a miliardi di volte[1].

Facciamo un esempio (estremamente semplificato):

A + B =  P è la reazione considerata: i Reagenti A e B si uniscono e formano il Prodotto P. Questa reazione ha una sua velocità che può essere estremamente diversa, da qualche secondo a diversi secoli. Spesso, in un ambiente ricco di reagenti, accade che la reazione sia bidirezionale, magari con velocità diversa, quindi che alcuni P si scindano nuovamente in A + B. Questo, ovviamente, rallenta la produzione di P.

Può essere che in presenza di un catalizzatore C, però, la reazione si trasformi in due fasi:

A + C = AC     e      AC + B = P + C

Come si vede, il Catalizzatore compare sia in ingresso, sia in uscita. Non viene quindi consumato dalla reazione.

La differenza significativa è però che, rispetto alla prima reazione, la seconda (benché costituita da due fasi) può avere una velocità migliaia, milioni o miliardi di volte superiore (in realtà, fino a 1020, in alcuni casi).

Quindi il primo aspetto da sottolineare dell’azione di un catalizzatore è un’accelerazione molto significativa della velocità di una reazione.

Il secondo aspetto, altrettanto significativo, è che il catalizzatore normalmente non viene consumato dalla reazione (ed è quindi disponibile per nuovi reagenti immessi nell’ambiente).

Il terzo aspetto significativo, se passiamo da un esempio semplificato come il precedente alla realtà biologica o sociale è che in qualunque sistema complesso (biologico o sociale) i reagenti compresenti (molecole o persone) e, di conseguenza, le reazioni possibili sono pressoché infinite. La presenza di un catalizzatore che accelera sensibilmente una di queste reazioni svolge pertanto un compito selettivo: la reazione accelerata diventa sostanzialmente l’unica che davvero si svolge, con effetti e prodotti rilevabili nel breve periodo.

Questo avviene continuamente nel nostro corpo, in tutti i processi vitali di respirazione, digestione ecc. in cui gli enzimi (catalizzatori proteici) sono elemento cruciale.

Se confrontiamo il numero di proteine ed enzimi teoricamente possibili, con il numero di quelli effettivamente sintetizzate in natura dal processo della vita (un rapporto di uno a parecchi miliardi), vediamo che questo processo selettivo si è effettivamente svolto, in miliardi di anni, grazie ai processi autopoietici. Quelle precise proteine sintetizzano quei precisi enzimi e quindi, fra i miliardi di opzioni, sono poche migliaia le proteine effettivamente esistenti in natura e coinvolte nei processi di evoluzione della vita sul nostro pianeta.

Catalizzatori, enzimi e processi sociali

L’esempio del catalizzatore può sembrare lontano dalla nostra esperienza di operatori sociali, ma in realtà non è affatto così: pensiamo a tre persone Tizio, Caio e Sempronio (T, C e S). T ha un rapporto di amicizia e di fiducia con C. Anche S ha un rapporto di fiducia con C, mentre T e S non si conoscono. Se C presenta T a S, il rapporto che si crea fra di loro sarà molto facilitato e accelerato dalla fiducia che entrambi ripongono in C.

Questo avviene continuamente, nella vita reale, fra le persone, nelle associazioni, con le Istituzioni, …. (ricordando che le organizzazioni sono sempre e comunque composte da persone) e influenza sostanzialmente il capitale sociale, le risorse del sistema[2].

Una considerazione estremamente importante, per la nostra analogia con i processi sociali, riguarda l’influenza dei catalizzatori nel bilancio energetico del sistema. Il catalizzatore non produce nuova energia, ma seleziona la reazione specifica in cui viene incanalata l’energia disponibile: la funzione selettiva è cruciale e consente di utilizzare l’energia disponibile in modo strettamente orientato ad una specifica reazione. Se manteniamo l’analogia fra input di energia e finanziamenti per i progetti sociali possiamo pensare che l’input di energia “una tantum” legato al finanziamento a termine debba essere prevalentemente orientato a costruire modalità per utilizzare in modo più efficace gli input di energia non episodici, ma permanenti (le risorse stabili che consentiranno l’attività continuativa).

Se torniamo all’obiettivo prioritario dell’innovazione sociale che è quello di ricostruire relazioni di fiducia, legami sociali, comunità, vediamo che per un progetto sociale assumersi consapevolmente la funzione di catalizzatori delle re(l)azioni sociali può andare a costituire una strategia vincente.

Da quanto detto finora, appare evidente che nel contesto socio-economico attuale il catalizzatore più importante (e oggi sempre più carente) è costituito dalla fiducia. La fiducia, e più precisamente la fiducia interpersonale, è un elemento immateriale, ma molto reale: una qualità legata alla relazione fra i soggetti (non ai singoli soggetti), una qualità capace di cambiare le comunicazioni e i meccanismi relazionali nel sistema in cui sono immersi i soggetti della relazione. Ha tutte le caratteristiche del catalizzatore: accelera le reazioni in modo selettivo, non viene consumata dall’uso (anzi, si rigenera e si moltiplica).

Abbiamo così individuato un possibile oggetto di progettazione, di analisi e di valutazione delle iniziative sociali innovative: la nostra ipotesi è che per ricostruire il capitale sociale nelle comunità occorre un catalizzatore e che questo catalizzatore sia la fiducia interpersonale. Ma dove e come si può immettere il catalizzatore fiducia, in un sistema?

E, poi, come si possono misurare la fiducia e i cambiamenti nel capitale sociale interno ad un sistema?

In realtà esistono molti metodi, derivati principalmente dalla teoria dei giochi, che si prefiggono di misurare la fiducia. Si occupano, però, solitamente, di individui e non di sistemi. Tendono quindi a misurare l’atteggiamento di apertura, la disponibilità alla fiducia, che però non è esattamente ciò di cui ci stiamo occupando in questo testo. Che è rivolto ai sistemi e alle interrelazioni nei sistemi. È quindi la fiducia interpersonale all’interno di un sistema il nostro focus di interesse: una caratteristica emergente, che non appartiene alle persone che partecipano il sistema, ma alle relazioni che lo costituiscono.

Come misurarla, come misurarne le variazioni, come favorirne la crescita in un sistema?


[1] Gli enzimi sono un ottimo esempio di catalizzatore in biologia: la digestione della peperonata, senza enzimi acceleranti, durerebbe diversi secoli.

[2] Parlando di risorse, infatti, si tende a identificare queste con le sole risorse economiche. Invece, ormai, anche nel mondo profit si è reso evidente che, oltre alle risorse umane, intese come competenze, le risorse relazionali, reputazionali, fiduciarie, costituiscono un capitale fondamentale per ogni organizzazione, tant’è vero che il “danno reputazionale” (brand reputational damage) è da qualche anno al primo posto dei rischi percepiti dalle aziende.

Valutare l’innovazione sociale – parte VII

Parte VII – in cui si prova a ridefinire la sostenibilità

La sostenibilità, ovvero la stabilità del cambiamento

Per riportare al contesto sociale la domanda, quali progetti innovativi hanno la possibilità di imporsi come nuovi modelli più efficaci, rispetto a quanto sviluppato finora? È possibile individuare degli elementi cruciali che possano spiegare e aiutare a prevedere il successo e la sostenibilità di un intervento e governarne lo sviluppo?

I progetti sociali sperimentali normalmente ricevono un finanziamento (un input di energia dall’ambiente) e sperimentano per un tempo definito (da uno a tre anni, di solito) una modalità diversa/integrativa di funzionamento di un sistema, o di parti di questo, integrando/sostituendo l’input energetico “strutturale” (cioè i canali di sostentamento standard del sistema). Possiamo vedere il finanziamento come una fluttuazione introdotta artificialmente in un sistema sociale.

Al termine del periodo finanziato, l’evoluzione di questi progetti può essere legata a tre sviluppi possibili:

  • Il sistema si riposiziona come prima (la fluttuazione si riassorbe: la stragrande maggioranza dei casi)
  • Il progetto viene rifinanziato, o trova altri canali di finanziamento (altri input extra-strutturali) e si sostiene in questo modo[1]
  • Il progetto riesce ad utilizzare in modo più efficiente le risorse a disposizione, in modo che parte delle risorse ordinarie (input strutturali) vengono riorientate a nuove forme di funzionamento, oppure trova il modo di generare risorse inattese. In definitiva, comunque, amplifica la fluttuazione e trova una nuova condizione di equilibrio dinamico più evoluta.

A questo punto, possiamo capire che quando parliamo del successo di un progetto, e quindi ci proponiamo di valutarlo, dobbiamo occuparci sia dei risultati rispetto agli obiettivi, sia della sua sostenibilità.

Se è vero, quindi, che dobbiamo valutare in primis i suoi risultati, rispetto agli obiettivi predefiniti, altrettanto importante sarà valutare il cambiamento permanente generato nel sistema.

Proviamo a ridefinire il concetto di sostenibilità, in questa nuova ottica:

La sostenibilità di un progetto, in senso sistemico, si può definire come la stabilità dinamica di un sistema che si è andato a modificare durante il progetto, al termine dell’input di energia dovuto al finanziamento del progetto.

Un progetto diventa cioè sostenibile se è stato in grado di modificare stabilmente il meccanismo autopoietico, se, cioè è ora in grado di sintetizzare gli elementi che gli consentono di funzionare e di riprodursi, in equilibrio dinamico con l’ambiente.

Valutare l’innovazione sociale

Ricordando quanto detto nei primi paragrafi, valutare l’innovazione sociale, significa affrontare due aspetti cruciali:

  • il primo considera se le azioni del progetto rispondono meglio delle soluzioni pre-esistenti ai bisogni
  • il secondo definisce dal punto di vista valoriale l’innovazione sociale: la capacità di incrementare la rete di relazioni fiduciarie nel sistema.

Ma se ricordiamo quanto detto nei primi paragrafi, rispetto alle richieste degli enti finanziatori, si cercano progetti innovativi capaci di produrre cambiamenti significativi, misurabili, sostenibili nel tempo.

La sostenibilità, quindi, definita come sopra, diventa una terza dimensione cruciale nella valutazione, piuttosto difficile da valutare, in quanto richiede un’analisi dei processi di alimentazione dei sistemi sotto osservazione (input), delle loro modifiche in seguito delle attività del progetto, della loro realistica possibilità di stabilità nel tempo.

Un’analisi di questo genere non può che richiamarsi alla “Theory of change” modificando però la più comune impostazione, che cerca di ricostruire il funzionamento e il potenziale successo delle attività attraverso una catena di azioni ed effetti, in un’ottica di riduzionismo deterministico, che, come abbiamo visto, è del tutto inadeguata a rappresentare i processi complessi che avvengono nei sistemi biologici o sociali.

Qui, allora, più che il contenuto delle azioni, andiamo cercando elementi del contesto, della struttura e dell’organizzazione del sistema in cui si realizza l’attività, per rintracciare gli scambi energetici e individuare la possibilità che questi vengano reindirizzati verso le azioni innovative.

Le domande guida saranno, quindi:

  • Chi apporta energia al sistema? Come? Quali forme assume questa energia?
  • Come si può garantire un diverso afflusso/utilizzo di energia nel momento in cui cessa il finanziamento?

Una visione pessimistica (e, in buona sostanza, confermata da gran parte delle sperimentazioni) ci dice che il bilancio energetico dei progetti sperimentali consente lo sviluppo delle attività solo per il periodo del finanziamento:

soggetto finanziatore è risorse economiche è intervento è cambiamento impermanente

Finiti i soldi, finito il progetto. Finito il progetto, il funzionamento del sistema ritorna nell’equilibrio precedente.

Ma in realtà, la scienza, fisica, chimica e, soprattutto, termodinamica, ci vengono in aiuto, perché la realtà (anche quella delle reazioni chimiche, infinitamente meno complessa della realtà sociale) è comunque molto meno semplice di così.

La termodinamica degli stati lontani dall’equilibrio, la biologia quantistica, la matematica della morfogenesi, la teoria delle biforcazioni, la teoria delle stringhe, la teoria delle catastrofi …. molte idee, teorie, tentativi di spiegazioni e di applicazione alla “vita reale” di scoperte della fisica quantistica, della chimica, della matematica e della termodinamica che, da Einstein in poi, molti scienziati hanno tentato, cercando di abbinare il rigore scientifico alla creatività del pensiero.

Ma perché tutto ciò dovrebbe aiutarci nel nostro faticoso procedere verso la descrizione e la comprensione dei fenomeni sociali?

Le reazioni chimiche, normalmente, nel mondo reale, si svolgono in contesti complessi, con la compresenza di un’infinità di reagenti e di possibili evoluzioni e di prodotti finali. Nei processi sociali avviene lo stesso: i fattori in gioco sono talmente numerosi e complessi, che capirne l’evoluzione e tentare di governarla è impresa titanica.

Eppure alcuni fenomeni sempre presenti e decisivi nell’evoluzione dei sistemi fisici e chimici, possono aiutarci a individuare analogie nei processi sociali e, di conseguenza, meglio studiarne l’evoluzione e le possibilità di governo.

Le domande cruciali sono le seguenti:

Se in un sistema complesso molteplici sono i reagenti e quasi infinite le reazioni possibili, come mai una di queste prevale e si impone, sviluppando così alcuni prodotti e non altri?

Chi governa lo sviluppo, l’accelerazione, l’inibizione, dell’una o dell’altra reazione?


[1] è evidente che questo secondo caso costituisce semplicemente la possibilità di una nuova fluttuazione e, in breve, si riporterà al caso 1 o al caso 3. Occorre quindi riconoscere che l’innovazione sociale può avvenire solo nel terzo dei possibili sviluppi presentati.

Valutare l’innovazione sociale – parte VI

Alcune definizioni utili

Ripartiamo da alcune definizioni:

  • Un sistema è un insieme di componenti che interagiscono tra loro.
  • Il sistema è formato dai componenti e dalle interazioni fra di loro.
  • Le caratteristiche dei sistemi sono più ampie della somma di quelle dei componenti.
  • Non si può quindi, dedurre le caratteristiche del sistema da quelle dei suoi componenti, considerati individualmente (in pratica, il riduzionismo è negato).
  • Le caratteristiche che il sistema assume con l’assunzione di un grado di complessità superiore sono dette “emergenze”.

La maggioranza degli studiosi di emergenza contemporanei considera “emergente” ogni fenomeno, associato a un sistema complesso che evolve nel tempo, avente contemporaneamente le seguenti proprietà:

1) novità, cioè descrivibilità mediante un linguaggio qualitativamente diverso da quello utilizzato per descrivere il sistema e le sue componenti;

2) origine “dal basso all’alto”, cioè genesi dovuta esclusivamente alle interazioni locali tra le componenti del sistema;

3) imprevedibilità, cioè non-linearità delle equazioni che descrivono tali interazioni locali;

4) irriducibilità, cioè totale indipendenza da (l’esistenza e dalle proprietà de) le singole componenti del sistema.[1]

Sistemi aperti, complessi, dinamici, autopoietici

Gli esseri viventi, tutti, sono sistemi aperti, sistemi complessi, sistemi dinamici, sistemi autopoietici.

Sono sistemi complessi, cioè composti da altri sistemi (l’uomo è composto da organi e tessuti, a loro volta composti da cellule, a loro volta composte da molecole….[2]).

Sono sistemi dinamici, in quanto la loro stabilità non deriva da uno stato di quiete, ma da un continuo riequilibrio (G. Bateson fa l’esempio di un equilibrista in bilico su una corda tesa: ci sono continui, impercettibili, movimenti per mantenere l’equilibrio).

Sono sistemi autopoietici, in quanto sono in grado di riprodurre al proprio interno, tramite gli elementi del sistema e le loro interazioni, sia gli elementi stessi, sia la struttura e quindi l’organizzazione del sistema[3]. Sono perciò sistemi che non hanno bisogno di alcun input informativo esterno per riprodursi.

Sono però sistemi aperti, in quanto hanno bisogno di scambiare elementi ed energia con l’ambiente. Questo consente di non contraddire il secondo principio della termodinamica che dice, sostanzialmente, che in un sistema chiuso l’entropia (e quindi il disordine) non può che crescere. Qui lo scambio con l’ambiente consente di mantenere e riprodurre l’ordine internamente, acquisendo gli elementi necessari dall’esterno e distribuendo all’esterno l’aumento entropico.

Questi fenomeni avvengono nelle singole cellule, che sono quindi sistemi autopoietici e sistemi viventi, e, allo stesso modo, ma ad un livello di complessità enormemente maggiore, anche nel corpo umano.

Tutti gli esseri umani sono quindi individui, ma anche sistemi complessi, dinamici e autopoietici.

In più, però tutti gli esseri umani sono parti di sistemi; solitamente di molti, diversi, sistemi sociali.

Sistemi sociali

L’uomo è un animale sociale: tende ad aggregarsi in sistemi sociali di diverso tipo, conformazione, stabilità, durata. Possiamo quindi parlare di sistemi sociali, quando diversi individui si uniscono in un insieme che assume caratteristiche particolari, che non appartengono ai singoli individui, ma che si sviluppa ad un grado di complessità superiore e le cui caratteristiche emergenti dipendono dalle relazioni fra i soggetti che costituiscono il sistema[4].

Quando parliamo di sistemi sociali, non stiamo necessariamente parlando di un contesto umano: un formicaio, uno sciame di api, uno stormo di uccelli in volo, le acciughe che fanno il pallone, sono tutti sistemi sociali, più o meno permanenti o temporanei. La principale caratteristica, infatti, di questi sistemi, è la duplice appartenenza di ciascun individuo che partecipa al sistema: è un singolo individuo, ma è anche una parte di un sistema che ha caratteristiche “emergenti” che non sono determinate dalla somma dei componenti.

Quello che cambia drasticamente, naturalmente, è il grado di autonomia del singolo individuo: nel caso delle cellule di un organo la partecipazione al sistema è dettata dalla natura e immodificabile; nel caso delle api e delle formiche i ruoli sono morfologicamente definiti (operaie, regine, ecc.), ma l’individuo ha un certo grado di autonomia, che diventa piuttosto ampio nel caso degli uccelli in volo, o nel caso delle “vedette” (che si assumono il rischio maggiore nei confronti di predatori), nei branchi di stambecchi o di marmotte…

C’è sempre questa dicotomia di appartenenza, che nei sistemi sociali umani assume ovviamente un carattere di autonomia molto maggiore, ma, di fatto, quando qualcuno è “disposto a morire per la causa” (qualunque sia la causa) si dimostra che è possibile anche nei sistemi umani ritenere l’autopoiesi del sistema più importante di quella dell’individuo!

Il cambiamento nei sistemi autopoietici

Nei teorici dei sistemi c’è ampio dibattito sul fatto che si possa o meno considerare viventi i sistemi sociali. C’è però un certo accordo sul considerarli sistemi autopoietici. Può quindi essere utile vedere cosa si è scoperto sulle modalità di funzionamento e di cambiamento dei sistemi autopoietici, per provare ad inferire una qualche ipotesi (se non una Teoria con la T maiuscola) per i cambiamenti nei sistemi sociali.

Per cercare di affrontare il problema in questa ottica, facciamo ora una breve digressione in un campo che potrebbe sembrare lontano, la termodinamica e vediamo cosa dice Ilya Prigogine, scienziato e filosofo russo-belga, premio Nobel, parlando di innovazione in termodinamica dei sistemi lontani dall’equilibrio, ma ampliando il discorso ai sistemi complessi, compresi quelli biologici: “Ogni cambiamento innovativo è una fluttuazione accettata dall’ambiente”.

L’idea di fondo è che in qualunque sistema dinamico aperto si producano continuamente delle fluttuazioni, ma che queste siano normalmente assorbite dalla retroazione dell’ambiente, riportando all’equilibrio il sistema stesso.

Corollario fondamentale è il seguente “Quale che sia il sistema, l’ambiente tenta sempre di eliminare la novità che lo perturba. E la fluttuazione innovatrice si alimenta anch’essa degli scambi con l’ambiente la cui esistenza mette in pericolo”

La fluttuazione che si amplifica (e viene “accettata” dall’ambiente) significa spesso la sconfitta del sistema da cui deriva e che ha invano tentato di eliminarla[5].

Ma perché, quando, e come, alcune fluttuazioni possono amplificarsi, mentre la maggior parte, dopo un breve periodo, svanisce, riportando il sistema ad uno stato di sostanziale stabilità, dovuta all’equilibrio dinamico (che Prigogine definisce dissipativo)?

La fluttuazione che si amplifica è quella che riesce a sfruttare, meglio della struttura originale del sistema, le risorse apportate al sistema stesso dall’ambiente esterno, mantenendo l’autopoiesi. Non è detto che, nella realtà, l’esito debba sempre essere catastrofico per il sistema nel suo complesso: quando parliamo di cambiamento sostenibile, intendiamo esattamente una fluttuazione che modifica il sistema di relazioni e quindi il comportamento del sistema, senza, necessariamente, distruggerlo.


[1] Da “Il concetto di emergenza tra dualismo e materialismo” – Tullio Tinti, dal sito Complexlab

[2] Può essere interessante tentare di rendersi conto dei numeri implicati: in una singola cellula ci sono centinaia di miliardi di molecole, e in un corpo umano ci sono circa trentamila miliardi di cellule, continuamente riproducentesi: nel nostro corpo, ogni giorno cento miliardi di cellule muoiono e vengono rimpiazzate (tranne i neuroni, che se ne vanno e ciao).

[3] Per approfondire il concetto di autopoiesi, non semplice ma fondamentale nella mia elaborazione, leggere e rileggere “Autopoiesi e cognizione” di Maturana e Varela

[4] Un sistema sociale è quindi un insieme di individui uniti da una rete di relazioni. Luhmann afferma che l’unità minima indivisibile e significativa di un sistema sociale è la relazione e non l’individuo. Interessante notare l’analogia con quanto affermato da fisici come Bohr, Heisenberg, e, più di recente, Capra sulle particelle subatomiche: non sono entità materiali, ma probabilità di interrelazioni.

[5] Cioè, come afferma Whitehead: “I maggiori progressi delle civiltà sono i processi che fanno naufragare le società in cui si verificano”.

Valutare l’innovazione sociale – V parte

Parte V – dove si vede l’importanza della teoria del cambiamento e si cominciano a intravvedere possibili percorsi

La teoria del cambiamento

Perché è necessaria una teoria del cambiamento?

Un progetto che intende raggiungere intenzionalmente obiettivi di cambiamento deve basare le sue ipotesi su una “teoria del cambiamento”.

Che sia per convincere un ente erogatore a supportare finanziariamente il progetto, o per condividere una co-progettazione con dei partner territoriali, o, infine, per suscitare la partecipazione attiva dei destinatari stessi, deve essere prodotto un modello di intervento (anche parziale e provvisorio) che spieghi perché possiamo ragionevolmente ritenere che quell’intervento avrà quell’esito.

In realtà c’è chi sostiene che la teoria non è necessaria, quando c’è la possibilità di effettuare esperimenti randomizzati controllati, scientificamente validi. Nel metodo sperimentale, se in un ambiente, a fronte di un certo input si ottiene costantemente un determinato output, si può affermare che non interessa quello che succede nella “scatola nera”: i meccanismi di cambiamento, seppur non conosciuti, “funzionano” sempre nello stesso modo e questo è ciò che conta.

È ben vero che questo metodo si è rilevato eccellente nella ricerca medica/farmaceutica, che è riuscita spesso ad affrontarne positivamente le difficoltà organizzative (ed etiche). È altrettanto vero che numerose esperienze in campo farmaceutico hanno dimostrato che non occorre capire il meccanismo di funzionamento di un farmaco per dimostrarne l’efficacia e trarne i benefici (vedi qui sotto).

Il metodo sperimentale e l’aspirina

In numerose culture dell’antichità (Greci, Sumeri, Egizi …) poi in Ippocrate (I° sec a.c.) si trova traccia dell’uso di infusi di corteccia del salice bianco per combattere la febbre e i dolori.

Evidentemente, fu una scoperta fatta più volte, probabilmente tramite tentativi ed errori, trasmessa poi per via tradizionale, orale e, in seguito, scritta.

Il rimedio continuò ad essere applicato, per tutto il medioevo. Nel 1800, con la nascita e lo sviluppo della chimica, si riuscì, innanzitutto, ad isolare, dalla corteccia del salice, il principio attivo (salicilina), poi a derivarne l’acido salicilico e, infine, a sintetizzare, da componenti chimici, l’acido acetil-salicilico, prodotto e commercializzato dalla Bayer col nome di aspirina, dal 1899.

Fino agli anni ’70 del XX secolo, però, il meccanismo di funzionamento era del tutto ignoto. Eppure, oltre all’uso tradizionale, dell’acido acetil-salicilico si era nel frattempo scoperto ed utilizzato l’effetto anticoagulante (cardioaspirina), la necessità di gastroprotettori per un uso prolungato, ecc.

Il perfezionamento del farmaco, l’ampliamento dell’utilizzo, la maggiore conoscenza degli effetti e delle controindicazioni, si sono sempre svolte, in era moderna, con metodi di ricerca sperimentali, con protocolli randomizzati, con gruppi di trattamento e gruppi di controllo, senza curarsi di ciò che avveniva nella “scatola nera”: l’azione del farmaco era del tutto ignota.

La scoperta del meccanismo di funzionamento (l’inibizione della sintesi delle prostaglandine), dal 1971, ha portato (oltre a un Premio Nobel) uno sviluppo importante delle conoscenze, ma non ha portato, in sostanza, a nuovi utilizzi o a miglioramenti nell’uso dell’aspirina, le cui potenzialità e limiti erano evidentemente state esplorate con sufficiente completezza tramite il metodo sperimentale.

Ciò sta a dimostrare che, quando ci sia il tempo necessario e un numero di soggetti adeguati e sufficienti per l’affidabilità statistica, il metodo sperimentale randomizzato, con l’approccio controfattuale, costituisce un metodo molto solido per valutare gli effetti di un intervento.

Questo metodo, però, è raramente applicabile ai processi sociali: per essere affidabile richiede tempi molto lunghi, numeri molto elevati di soggetti coinvolti, la possibilità di costituire gruppi di controllo significativamente identici al gruppo sottoposto all’intervento. In pratica, l’investimento in tempo e risorse per una valutazione di questo tipo diventa spesso insostenibile in progetti di intervento sociale.

Se poi siamo nella situazione di dover richiedere un finanziamento per realizzare un progetto (quindi prima che le attività vengano messe in atto), risulta evidente che dovremo avere qualche argomento solido per sostenere la probabilità di ottenere i risultati auspicati con il nostro intervento.

Si tratta quindi di trovare un quadro teorico di riferimento, un paradigma che consenta di sviluppare modelli credibili e realistici, che possano rappresentare almeno approssimativamente, pur senza la pretesa di un’analisi matematica appropriata, i fenomeni di cambiamento sociale che vogliamo realizzare e descrivere. Una Teoria del Cambiamento.

Riferimenti poco credibili

Togliamo subito dal campo delle scelte possibili la cosiddetta “Catena del valore”, che sembra particolarmente in auge in questo momento storico. Il mantenimento del paradigma lineare di causa-effetto inficia la possibilità di una descrizione realistica di quanto avviene in sistemi complessi. Si tratta, infatti, della semplice frammentazione della scatola nera in più “scatolette nere” con l’output della prima che diventa input per la seconda e così via. Può darsi che talvolta questa distinzione in fasi successive sia utile, sia per la costruzione e realizzazione dei progetti, sia per la loro valutazione, ma certamente non c’è alcuna attinenza con una Teoria del cambiamento che abbia un senso.

Un esempio In un recente articolo, apparso su un sito specializzato in campo sociale, sulla descrizione di un’applicazione progettuale del metodo SROI, si può leggere la seguente affermazione: “Per mappare gli outcomes, ovvero i risultati ottenuti, è stata utilizzata la metodologia legata alla teoria del cambiamento, ovvero andando ad analizzare come era la vita della persona prima di venire ammessa al servizio e come è diventata dopo.”   Questa affermazione, purtroppo, ben rappresenta, sinteticamente, quanto si rintraccia, oggi, sui mezzi di comunicazione, anche specialistici, sulla “Theory of change”. È del tutto evidente che non c’è qui alcuna Teoria, ma un “semplice” tentativo di misurare un cambiamento! L’intervento è ancora ben rappresentabile dalla “scatola nera”: guardo prima, guardo dopo e vedo se qualcosa è cambiato. Mi sembra che espressioni come “teoria del cambiamento” o “catena del valore” vengano spesso usate per il contenuto evocativo positivo, come altisonante e autoaffermativa garanzia di affidabilità scientifica, piuttosto che per il loro reale significato[1].

Alcune proposte

Ma criticare l’esistente è ben più facile che proporre sperimentazioni di valutazione di innovazione sociale! Vediamo ora come possiamo avanzare un po’ nella comprensione di quello che si può fare.

Per capire in quale direzione possiamo rivolgerci per poter proporre qualche stimolo e suggerimento, occorre riprendere alcune considerazioni già emerse:

  1. I processi sociali sono complessi e non lineari: molti eventi avvengono contemporaneamente e si influenzano vicendevolmente con processi di retroazione significativi. Anche per questo, l’idea di una catena di input-attività-output è del tutto inadatta ad una realistica descrizione di quanto accade.
  2. I destinatari, solitamente, appartengono ad un sistema, identificabile come tale da un osservatore: ciò significa che l’intervento/progetto/attività agisce su/in un sistema denso di relazioni e di comunicazioni, e non semplicemente su singoli elementi/persone.
  3. Qualunque sistema sociale è complesso e dinamico, in movimento continuo, denso di fluttuazioni e di cambiamenti, anche indipendenti dal nostro intervento.

Quello che ci possiamo proporre, pertanto, è di governare e indirizzare i processi in atto, favorendo e accelerando quei cambiamenti che consideriamo auspicabili.

Dovremo, inoltre, riuscire a dimostrare la connessione fra l’accelerazione di questi cambiamenti e il nostro intervento.

La sfida è notevole, ma oltre alla scelta del paradigma sistemico e alla conseguente rinuncia al determinismo lineare e riduzionistico, occorre premettere anche un’altra rinuncia importante: quella al rigore matematico che non deve però risultare nell’abbandono della ricerca di una modellizzazione, ma, piuttosto, nell’accettazione di modellizzazioni parziali e provvisorie (come, del resto, quasi sempre avviene nella realtà della ricerca scientifica).

L’ottica sistemica come paradigma

La prima proposta, allora, è quella di rivolgere lo sguardo alla teoria generale dei sistemi, formulata nel 1968 da Ludwig von Bertalanffy[2], per seguirne l’evoluzione scientifica e i tentativi di applicazione, da diverse modalità di approccio ed elaborazioni, ai sistemi sociali.

Non si tratta di costruire modelli matematici esatti del funzionamento dei processi sociali (missione impossibile), ma di provare a costruire modelli parziali, provvisori, che però individuino alcuni meccanismi che possano spiegare quanto avviene, in termini di cambiamento nel sistema sociale osservato.

Personalmente ritengo che questa strada possa portare a individuare alcuni elementi ricorsivi dei sistemi dinamici complessi, e aiutare a descrivere modalità di funzionamento che possono assumere anche funzioni predittive, almeno dal punto di vista qualitativo, negli interventi sui sistemi sociali.


[1] una ricerca di autorevolezza, che ricorre, allo stesso modo, nell’uso di terminologia anglosassone: usare “proxy” anziché “a occhio” o “a spanne” sembra dare spessore e affidabilità scientifica a misurazioni approssimative ricorsive, che portano inevitabilmente a risultati del tutto inaffidabili: alcune applicazioni recenti del metodo SROI evidenziano in modo imbarazzante quanto qui affermato.

[2] Biologo austriaco, membro del Circolo di Vienna, all’avvento del nazismo emigrò in America, dove influenzò , fra l’alto, la famosa Scuola di Palo Alto, di Gregory Bateson, Paul Watzlawick e molti altri scienziati, diversi dei quali europei ebrei in fuga dal nazismo.

Valutare l’Innovazione sociale – IV parte

Parte IV – dove si parla della differenza fra effetto e impatto, fra esperimento randomizzato e teoria del cambiamento

La valutazione d’impatto

Perché è importante e in che modo è connessa con la programmazione sociale

Riflettere sul tema della valutazione d’impatto sociale consente di scoprire le forti connessioni con i temi del cambiamento, dell’innovazione sociale e, di conseguenza, con il tema della progettazione e della programmazione.

Credo, pertanto, che sia un compito importante, in questo momento storico, confrontarsi sui compiti, le potenzialità e le prospettive di impegno in questa direzione, fra quegli operatori sociali che si trovano nella posizione di poter (e voler) produrre pensiero circa il proprio agire.

Comincio citando un’intervista recente di Gino Mazzoli

“Sulla valutazione d’impatto c’è una quantità immensa di indicatori, modelli e definizioni molto raffinati che spesso però a mio avviso si attardano su aspetti non decisivi, moltiplicano gli item rendendo impraticabili i modelli, o al contrario esitano in definizione genericissime in cui sta dentro tutto e il suo contrario, perdendo di vista il peso strategico che ha la scelta di questo anziché di quell’altro indicatore. Più in generale è tutto un dibattito sulla valutazione che non viene mai portato a livello delle scelte strategiche lasciandolo nel limbo degli addetti ai lavori: cosa significa in termini politici utilizzare un metodo, un criterio, un item rispetto a un altro? E poi, al fondo di tutto bisogna porsi il seguente quesito: se i prodotti del lavoro sociale, educativo e psicologico sono talmente complessi che la loro valutazione accurata richiederebbe un investimento di tempo e denaro maggiore di quello necessario per realizzarli,  o accettiamo di investire somme adeguate, oppure prendiamo atto  che se  i sistemi valutativi che abitualmente utilizziamo  si arrestano a valutare la periferia del prodotto, li assumiamo con tutte le cautele del caso  e iniziamo  finalmente a pensare  che i problemi sociali si possono comprendere, gestire e valutare solo socialmente, vale a dire attraverso processi sociali di persuasione reciproca e progressiva tra attori.”

Concordo con gran parte dell’analisi. Ritengo però che “comprendere, gestire e valutare socialmente i problemi sociali” non significhi affatto rinunciare alla ricerca di possibili modelli interpretativi, o almeno descrittivi, anche provvisori e parziali, ma che consentano (certamente all’interno di un processo sociale) un confronto produttivo e un avanzamento nella direzione della comprensione e della conseguente possibilità di interventi intenzionalmente orientati ai cambiamenti auspicati[1].

Ritengo quindi che riflettere sul tema della valutazione d’impatto sia oggi un esercizio irrinunciabile, a patto di rivolgersi a paradigmi interpretativi in grado di costruire modelli e mappe utili.

Una definizione istituzionalmente riconosciuta

Per approcciare il tema della valutazione d’impatto sociale, possiamo partire dalla definizione contenuta nei testi di legge approvati nella recente Riforma del Terzo Settore:

Per valutazione dell’impatto sociale si intende la valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato.

Questa definizione è, necessariamente, per chi opera nel Terzo Settore, la base di partenza, ed è, in ogni modo, una definizione abbastanza condivisibile.

Va sottolineato innanzitutto che, fortunatamente, non si parla di impatto dell’azione complessiva di un ETS (il che presenterebbe difficoltà insormontabili), ma degli effetti di alcune attività svolte dagli ETS sulle comunità di riferimento, rispetto a un obiettivo individuato. Si circoscrive, quindi, l’azione valutativa a quelle attività che hanno un obiettivo di cambiamento ben definito e che, realisticamente, sono in grado di produrre un impatto misurabile.

La riforma del Terzo settore propone quindi che gli ETS debbano mettere in campo, a fianco delle attività volte a determinare un cambiamento auspicato, percorsi di ricerca valutativa in grado di rilevare e valutare gli effetti[2] delle attività stesse.

Il fatto che si parli di valutazione quantitativa e qualitativa, lascia aperte diverse possibilità metodologiche.

Smontiamo il puzzle:

Ma proviamo a smontare, pezzo dopo pezzo, la definizione, al fine di approfondire e comprendere cosa significa davvero addentrarsi in un percorso di valutazione d’impatto.

Sottolineiamo subito che, già nel dettato della legge, si richiama una sostanziale corrispondenza fra effetti e impatto: “per valutazione dell’impatto sociale si intende ….. la valutazione degli effetti delle attività ….”

Precisiamo meglio questa corrispondenza, applicando le seguenti definizioni distintive[3]:

  1. Valutazione quantitativa e qualitativa: cambiamenti rilevabili sia sotto forma di indici numerici, sia nel senso di un cambiamento direzionale orientato verso l’obiettivo individuato.
  2. Effetto: “quella parte del cambiamento rilevato che si può attribuire con certezza all’intervento fatto”. Quindi la differenza fra il cambiamento rilevato e ciò che sarebbe comunque successo, senza l’intervento (il c.d. “controfattuale”).
  3. Impatto: effetto stabile: cambiamento significativo (rilevabile), attribuibile con certezza all’intervento, e che contribuisce a cambiare realmente la situazione di una comunità, senza che si ricada rapidamente nella situazione pre-intervento (evidente la connessione con il termine sostenibilità).
  4. Obiettivo individuato: quindi intenzionalità verso un cambiamento auspicato. Questo rende necessario, a priori, un processo di esplicitazione dei valori di riferimento, della vision e della mission, che guidano il processo progettuale e di valutazione.
  5. sul breve, medio e lungo periodo. È l’unica parte della definizione difficilmente condivisibile: il termine impatto non è compatibile con il breve periodo. Trascureremo quindi ogni considerazione relativa a progetti di corto respiro, che comunque non richiedono impianti valutativi complessi.

Tutto ciò premesso, come si fa?

È del tutto evidente, che quando si vuole realizzare una valutazione d’impatto per un’attività complessa, occorre impostare la progettazione dell’attività in questa prospettiva, perché decidere che su un’attività andrà applicata una valutazione d’impatto (o d’effetto) influirà in modo determinante sulla progettazione dell’attività stessa.

Si tratterà quindi di definire primariamente chi progetta (o co-progetta) l’attività e, in fase di progettazione, esplicitare e condividere il cambiamento atteso ed auspicato.

Ovviamente, esplicitare il perché si auspica quel cambiamento, comporta l’esplicitazione e il confronto sui valori di riferimento, la visione e la missione di ciascun partner della co-progettazione: perché concordiamo sul fatto che quel cambiamento sia “buono”?[4]

Una volta raggiunto l’accordo sul cambiamento auspicato, si tratta di impostare il percorso di valutazione, all’interno della progettazione. Le domande su cui basare il processo di valutazione, a questo punto, sono due:

come facciamo ad andare a vedere se il cambiamento atteso è effettivamente avvenuto?

“come facciamo ad attribuire con certezza il cambiamento alle attività realizzate?”

Ma ancor prima, in sede di progettazione, occorre saper rispondere ad una domanda cruciale, di fondamentale importanza, se vogliamo che qualcuno sostenga economicamente il nostro progetto:

“come facciamo a spiegare perché e come le attività previste dovrebbero produrre il cambiamento atteso?”

Qui si arriva al tema della “Teoria del cambiamento”, di cui parleremo ampiamente nella seconda parte di questo testo.

Va sottolineato che, in letteratura, si rintraccia spesso uno scontro fra l’approccio sperimentale randomizzato, con controfattuale e l’approccio della “Theory of change”. Fra chi dice: “non mi importa capire come funziona, mi importa capire se funziona” e chi invece sostiene che “se non capisci come, non puoi prevedere il risultato e, soprattutto, renderlo sostenibile e riproducibile”.

Restando rigorosamente al di fuori dalla disputa, mi pare di poter affermare solo che qualunque sperimentazione, in fondo, si basa su una teoria (o almeno su un’ipotesi), anche quando non chiaramente esplicitata.

Quindi, la Teoria del cambiamento mi sembra un elemento cruciale, anche perché, se si vuole impostare un esperimento randomizzato controllato, con controfattuale, solido, abbiamo bisogno di campioni ampi e omogenei, e di tempi adeguati, cosa che normalmente, in campo sociale, è molto difficile ottenere.

D’altra parte, una verifica sperimentale del cambiamento effettivamente realizzato è altrettanto cruciale.

A me sembra che la disputa metodologica sia infruttuosa, in quanto entrambi gli approcci sono necessari allo sviluppo e al consolidamento di progetti e iniziative che si prefiggono di produrre cambiamenti sociali significativi e sostenibili.


[1] O, come scrive recentemente nel suo blog “complessità”, Pierluigi Fagan “Interpretare un mondo sempre più complesso semplificando, aumenta sensibilmente il rischio di fallimento adattivo e le molteplici sfide che abbiamo davanti mettono in gioco la qualità intrinseca del nostro modo di stare al mondo ed il suo stesso futuro. Di contro, non serve a nulla collassare nella olistica “mistica della complessità”, una qualche forma di ragionevole riduzione va fatta per articolare il pensiero umano che ha limiti di procedura piuttosto rigidi. Si tratta quindi di semplificare gli oggetti del mondo nel pensiero, sì, ma contemporaneamente migliorare le qualità di rappresentazione e analisi di quel pensiero. Mappa e territorio rimangono distanti quanto a risoluzione ma la loro distanza va accorciata, la risoluzione delle nostre mappe va migliorata.

[2] Parlando di progetti sviluppati da ETS è meglio parlare di effetti che di impatto; l’impatto riguarda politiche o programmi di ampio respiro e una valutazione di impatto non compete solitamente al terzo settore. ­­

[3] C’è una certa confusione terminologica nel mondo della valutazione: senza pretendere di possedere la definizione più corretta, presento qui i significati che (non da solo) attribuisco ai termini presentati.

[4] Può sembrare banale questo confronto, ma in realtà partire in questo modo facilita molto l’apprendimento progettuale e la definizione di obiettivi realistici

Valutare l’Innovazione sociale – Parte III

Parte III – Dove si propone una definizione di innovazione sociale su cui si basano le successive considerazioni.

Analizziamo meglio la definizione

L’espressione “innovazione sociale” si compone di due termini, che forse vale la pena di osservare individualmente.

Secondo Geraldine Cahill, autrice canadese, innovazione è “ideas that work”: cioè “idee che funzionano”, quindi non semplici fantasie, intuizioni … ma qualcosa di applicato, di concreto, che crea cambiamento. Definizione molto anglosassone: pragmatica, sintetica, incisiva; forse un po’ superficiale e limitata al piano descrittivo, ma efficace.

Possiamo poi definire sociale, con la Treccani, “ciò che ha attinenza con la vita dell’uomo in quanto partecipe di una comunità[1].

Affiancare il termine “sociale” al termine “innovazione”, inteso come sopra, può significare allora “nuove idee che creano cambiamenti significativi e rilevabili nel sistema di relazioni delle comunità umane”.

Naturalmente, i cambiamenti non sono mai neutri: possono essere considerati positivi (miglioramenti) o negativi (peggioramenti), in stretto riferimento con il sistema di valori dei soggetti che propongono e di quelli che valutano le iniziative di innovazione sociale (questo è un punto cruciale, che provoca un sacco di problemi nei processi di progettazione e di valutazione!).

Occorre quindi introdurre nella definizione un elemento valoriale: possiamo farlo, inserendo il termine “auspicabili” a fianco del termine “cambiamenti”. Come abbiamo visto, già nella definizione del Libro Bianco dell’UE, si suggerisce un cambiamento sempre auspicabile, quando si pronuncia a favore di “cambiamenti che incrementano le relazioni e le collaborazioni”.

Possiamo quindi, a questo punto, definire l’innovazione sociale come “nuove idee che creano cambiamenti auspicabili nel sistema di relazioni delle comunità”.

Perché e in che modo terzo settore e volontariato sono chiamate a contribuire all’Innovazione sociale

In questa definizione si scorge con chiarezza il ruolo del Terzo Settore e, soprattutto, del Volontariato organizzato che, con la sua “Carta dei Valori del Volontariato”, è stato in grado di esplicitare un sistema di valori condiviso, che può facilmente guidare la declinazione del termine “auspicabili” in obiettivi concreti, nei processi di cambiamento sociale.

Per quanto mi riguarda, come attore sociale, mi sembra di poter approfondire la definizione UE, con una precisione maggiore nella scelta valoriale di indirizzo:

“Sono innovazioni sociali quelle nuove iniziative che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo migliorano il sistema di relazioni fiduciarie di una collettività”.

Mi sembra, infatti, che sia la fiducia, l’elemento centrale su cui investire nella costruzione di un welfare comunitario e generativo. Ma di questo parleremo più avanti.

Riassumendo:

La complessificazione delle problematiche sociali, il ritiro delle risorse pubbliche, l’evoluzione della normativa, con la riforma del Terzo settore, l’orientamento degli enti finanziatori, sono tutti fattori che spingono alla sperimentazione di progetti innovativi, verso un welfare generativo e comunitario.

Per gli Enti di Terzo Settore, inoltre, è un’opportunità straordinaria per mettere al centro delle sperimentazioni di Innovazione sociale i principi e i valori di cui sono portatori e promotori.

A due condizioni:

Che riescano a riconoscere ed esplicitare questi principi e valori, a contestualizzarli in proposte di attività progettuali e a negoziare, di conseguenza, con consapevolezza e intenzionalità, l’indispensabile co-progettazione con altri soggetti, pubblici e privati

Che imparino a rilevare e raccontare i cambiamenti che producono e non solo le attività che agiscono.

Questa seconda condizione, ci porta immediatamente nel tema “valutazione d’impatto”.


[1] O, come affermava già più di vent’anni fa Ota de Leonardis, “….è sociale ciò che produce socialità e cioè genera e rigenera legami sociali, comunicazione, cooperazione e conflitto” (de Leonardis 1998)

Valutare l’innovazione sociale – parte II

Parte II – dove si comincia ad affrontare il tema dell’innovazione sociale

L’innovazione sociale

Partiamo dunque dal tema “Innovazione sociale”. Seguirò questo schema:

  • perché è importante innovare in campo sociale
  • cos’è l’innovazione sociale
  • perché e in che modo il Terzo settore è chiamato a contribuire all’innovazione sociale

Perché è importante innovare

La società è in profonda trasformazione.

La crescente complessificazione delle problematiche sociali, la diminuzione delle risorse pubbliche destinate, la progressiva evaporazione dei legami sociali, un crescente risentimento verso le istituzioni di ogni tipo, delineano una società in cui la vulnerabilità cresce, come cresce il desiderio di ricorrere a risposte politiche semplificatorie. Con le parole di Gino Mazzoli, “l’attuale articolazione delle forme della democrazia non sembra in grado di proporre risposte efficaci”. Il tema presenta quindi degli aspetti estremamente rilevanti anche da un punto di vista politico.

La diagnosi è decisamente condivisa, nella letteratura di riferimento. La necessità di innovare, anche. Le modalità per farlo sono però ancora molto nebulose: tentativi, sperimentazioni, … welfare generativo, secondo welfare, welfare partecipativo, welfare comunitario, ecc. sono, almeno per ora, definizioni evocative che richiamano la necessità di riproporre partecipazione, rammendare legami, ricostruire comunità, ma non delineano (ancora?) strategie di intervento efficaci, sostenibili e riproducibili.

Allora innovare significa continuare nelle sperimentazioni, cercando anche nuove strade, e dandosi contemporaneamente strumenti per leggere e valutare gli effetti (se non l’impatto) degli interventi sperimentali messi in campo. In questa direzione, ovviamente, il ruolo degli Enti di Terzo Settore (ETS) appare cruciale.

Per gli ETS innovare diventa cruciale anche per un’altra motivazione, più strumentale forse, ma altrettanto importante:

Nuove richieste da parte degli enti finanziatori

Prendiamo ad esempio un bando pubblicato di recente (luglio 2018). Molti altri esempi potremmo produrre, che vanno nella medesima direzione.  Il bando è rivolto agli Enti di Terzo Settore e chiede che vengano presentati:

“… progetti innovativi e sostenibili

“ …. al fine di trasformare la vita di persone vulnerabili sul territorio italiano”

“…. I progetti candidati dovranno dimostrare di generare benefici misurabili e di lungo termine.”

Fra le dimensioni prioritarie della valutazione per la selezione dei progetti sono citati:

  • generare impatti positivi perduranti oltre la data di conclusione del progetto;
  • definire quantitativamente in modo accurato i beneficiari e l’impatto generato;
  • essere economicamente sostenibili;

Si richiede quindi di presentare progetti innovativi capaci di produrre cambiamenti significativi (trasformare la vita, generare benefici, generare impatti positivi); che questi cambiamenti siano misurabili, perduranti, sostenibili nel tempo.

Quindi, sempre più, per ricevere finanziamenti che consentano di svolgere iniziative e progetti, gli ETS devono sviluppare capacità di progettazioni innovative, sostenibili, con effetti misurabili e prevedibili.

Qui ci concentriamo, ora, sulla prima richiesta: “l’innovazione”, rimandando ai paragrafi successivi il tema dell’impatto e della sostenibilità.

Ma allora cos’è l’innovazione sociale?

Per una prima risposta, partiamo da una definizione “ufficiale” di Innovazione sociale: il Libro bianco sull’innovazione sociale, scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan, pubblicato nel 2009[1] e accolto dall’Unione Europea come orientamento, cita:

“Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni.”

Definizione importante, in quanto evidenzia la centralità di un miglioramento rispetto alle risposte esistenti (nuove idee, più efficaci), ma, al contempo, non reputa sufficiente la novità e l’efficacia: ritiene indispensabile per l’innovazione sociale la generazione di nuove relazioni e collaborazioni.

In pratica, questa definizione individua nella generazione di nuove relazioni e collaborazioni un obiettivo irrinunciabile di qualunque progetto che voglia definirsi di innovazione sociale[2].

Questa scelta, a prima vista, appare alquanto arbitraria: non si capisce a quale titolo venga esplicitato, in una definizione generale, un obiettivo specifico, anche se i valori cui si ispira (almeno formalmente) l’Unione Europea diano senz’altro un quadro di senso concorde con questo orientamento.

Però, come vedremo meglio più avanti, il carattere sociale dell’innovazione è individuato proprio da questa parte della definizione che, inoltre, contribuisce fortemente a indirizzare in ottica sistemica l’individuazione dei risultati, spostando lo sguardo dai bisogni (delle persone, individuali) alle relazioni (fra le persone, collettivi).

Cerchiamo di illustrare quanto detto finora con un esempio, molto semplice, tratto da esperienze reali.

Un doposcuola associativo

Prendiamo il progetto di un doposcuola, in un comune medio/piccolo. Il progetto è promosso (e sarà gestito) da un’associazione di promozione sociale; lo potranno frequentare una dozzina di ragazzini delle scuole medie inferiori, con tre insegnanti che si alterneranno, in doppia presenza; il doposcuola sarà aperto due pomeriggi alla settimana; l’associazione si convenzionerà con il Comune che pagherà 7.000 euro per il funzionamento di un anno (2.000 a testa agli insegnanti e 1.000 per le spese di gestione).

Il nostro doposcuola potrebbe essere un esempio di innovazione sociale?

Prendiamo il primo aspetto: il lato della novità e dell’efficacia della risposta. Può essere definito un esempio di innovazione sociale se (e solo se) sostituisce con una nuova proposta un modello precedente meno efficace.

È una nuova idea? Certamente no, in assoluto, ma occorre sottolineare che il termine “innovazione” va sempre riferito a un sistema concreto e “contestualizzato”: oggi può essere innovativo in un quartiere di Milano ciò che non lo sarebbe in un altro quartiere o in un’altra città. Quindi il modello può benissimo essere definito innovativo, nel sistema di contesto ipotizzato: se, per esempio, in precedenza, ciascuna famiglia era costretta a cercarsi privatamente un insegnante (magari uno studente poco più grande di età) per il proprio figlio.

Il modello è più efficace? Impareranno meglio i ragazzi? Difficile dirlo. Dipende da diversi fattori. Probabilmente la situazione potrebbe diventare più omogenea, come risultati sul rendimento scolastico. Dal punto di vista economico, la spesa complessiva, nei due modelli, è probabilmente analoga e quindi l’efficienza può essere ipotizzata simile.

Però, l’obiettivo che i ragazzi imparino meglio non è l’unico, dal punto di vista sociale: la domanda valutativa non può essere quindi solo questa.

Bisogna infatti rivolgere l’attenzione anche al secondo aspetto: occorre domandarsi se nei due casi c’è una differenza rispetto alle relazioni generate dall’intervento.

Sotto questo aspetto, possiamo rilevare alcune importanti differenze:

  • nel caso del doposcuola si riconosce il carattere sociale, e non privatistico/familiare, del bisogno, (e infatti se ne assume la spesa l’Ente Locale), spostando così l’attenzione dal bisogno individuale del ragazzino che va male a scuola, al tema sociale della comunità educante;
  • si promuove l’attività di un’associazione territoriale, soggetto costituzionalmente generatore di relazioni sociali;
  • l’incontro bisettimanale del gruppo di ragazzi può facilmente generare nuove relazioni fra i ragazzi stessi, le famiglie e gli adulti di riferimento

Sembra, quindi, che il doposcuola risponda alle caratteristiche richieste dalla definizione del Libro Bianco.

Se in un coerente processo di valutazione si riuscirà a verificare e validare queste ipotesi, si potrà affermare che il doposcuola può essere considerato un’innovazione sociale, pur non trattandosi di una idea innovativa in senso assoluto.


[1] Edizione italiana del 2011, scaricabile gratuitamente al link

http://www.felicitapubblica.it/wp-content/uploads/2016/01/Libro_bianco_innovazione_sociale.pdf

[2] A proposito, può essere interessante confrontare quanto affermato da John Dewey, oltre un secolo fa, sulla funzione dei processi educativi “…verso una società nella quale ogni persona si impegni per rendere più degne di essere vissute le vite altrui e che perciò renda più percettibili i vincoli di interdipendenza fra le persone.” Dewey (1916)