Valutare l’innovazione sociale – parte II

Parte II – dove si comincia ad affrontare il tema dell’innovazione sociale

L’innovazione sociale

Partiamo dunque dal tema “Innovazione sociale”. Seguirò questo schema:

  • perché è importante innovare in campo sociale
  • cos’è l’innovazione sociale
  • perché e in che modo il Terzo settore è chiamato a contribuire all’innovazione sociale

Perché è importante innovare

La società è in profonda trasformazione.

La crescente complessificazione delle problematiche sociali, la diminuzione delle risorse pubbliche destinate, la progressiva evaporazione dei legami sociali, un crescente risentimento verso le istituzioni di ogni tipo, delineano una società in cui la vulnerabilità cresce, come cresce il desiderio di ricorrere a risposte politiche semplificatorie. Con le parole di Gino Mazzoli, “l’attuale articolazione delle forme della democrazia non sembra in grado di proporre risposte efficaci”. Il tema presenta quindi degli aspetti estremamente rilevanti anche da un punto di vista politico.

La diagnosi è decisamente condivisa, nella letteratura di riferimento. La necessità di innovare, anche. Le modalità per farlo sono però ancora molto nebulose: tentativi, sperimentazioni, … welfare generativo, secondo welfare, welfare partecipativo, welfare comunitario, ecc. sono, almeno per ora, definizioni evocative che richiamano la necessità di riproporre partecipazione, rammendare legami, ricostruire comunità, ma non delineano (ancora?) strategie di intervento efficaci, sostenibili e riproducibili.

Allora innovare significa continuare nelle sperimentazioni, cercando anche nuove strade, e dandosi contemporaneamente strumenti per leggere e valutare gli effetti (se non l’impatto) degli interventi sperimentali messi in campo. In questa direzione, ovviamente, il ruolo degli Enti di Terzo Settore (ETS) appare cruciale.

Per gli ETS innovare diventa cruciale anche per un’altra motivazione, più strumentale forse, ma altrettanto importante:

Nuove richieste da parte degli enti finanziatori

Prendiamo ad esempio un bando pubblicato di recente (luglio 2018). Molti altri esempi potremmo produrre, che vanno nella medesima direzione.  Il bando è rivolto agli Enti di Terzo Settore e chiede che vengano presentati:

“… progetti innovativi e sostenibili

“ …. al fine di trasformare la vita di persone vulnerabili sul territorio italiano”

“…. I progetti candidati dovranno dimostrare di generare benefici misurabili e di lungo termine.”

Fra le dimensioni prioritarie della valutazione per la selezione dei progetti sono citati:

  • generare impatti positivi perduranti oltre la data di conclusione del progetto;
  • definire quantitativamente in modo accurato i beneficiari e l’impatto generato;
  • essere economicamente sostenibili;

Si richiede quindi di presentare progetti innovativi capaci di produrre cambiamenti significativi (trasformare la vita, generare benefici, generare impatti positivi); che questi cambiamenti siano misurabili, perduranti, sostenibili nel tempo.

Quindi, sempre più, per ricevere finanziamenti che consentano di svolgere iniziative e progetti, gli ETS devono sviluppare capacità di progettazioni innovative, sostenibili, con effetti misurabili e prevedibili.

Qui ci concentriamo, ora, sulla prima richiesta: “l’innovazione”, rimandando ai paragrafi successivi il tema dell’impatto e della sostenibilità.

Ma allora cos’è l’innovazione sociale?

Per una prima risposta, partiamo da una definizione “ufficiale” di Innovazione sociale: il Libro bianco sull’innovazione sociale, scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan, pubblicato nel 2009[1] e accolto dall’Unione Europea come orientamento, cita:

“Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni.”

Definizione importante, in quanto evidenzia la centralità di un miglioramento rispetto alle risposte esistenti (nuove idee, più efficaci), ma, al contempo, non reputa sufficiente la novità e l’efficacia: ritiene indispensabile per l’innovazione sociale la generazione di nuove relazioni e collaborazioni.

In pratica, questa definizione individua nella generazione di nuove relazioni e collaborazioni un obiettivo irrinunciabile di qualunque progetto che voglia definirsi di innovazione sociale[2].

Questa scelta, a prima vista, appare alquanto arbitraria: non si capisce a quale titolo venga esplicitato, in una definizione generale, un obiettivo specifico, anche se i valori cui si ispira (almeno formalmente) l’Unione Europea diano senz’altro un quadro di senso concorde con questo orientamento.

Però, come vedremo meglio più avanti, il carattere sociale dell’innovazione è individuato proprio da questa parte della definizione che, inoltre, contribuisce fortemente a indirizzare in ottica sistemica l’individuazione dei risultati, spostando lo sguardo dai bisogni (delle persone, individuali) alle relazioni (fra le persone, collettivi).

Cerchiamo di illustrare quanto detto finora con un esempio, molto semplice, tratto da esperienze reali.

Un doposcuola associativo

Prendiamo il progetto di un doposcuola, in un comune medio/piccolo. Il progetto è promosso (e sarà gestito) da un’associazione di promozione sociale; lo potranno frequentare una dozzina di ragazzini delle scuole medie inferiori, con tre insegnanti che si alterneranno, in doppia presenza; il doposcuola sarà aperto due pomeriggi alla settimana; l’associazione si convenzionerà con il Comune che pagherà 7.000 euro per il funzionamento di un anno (2.000 a testa agli insegnanti e 1.000 per le spese di gestione).

Il nostro doposcuola potrebbe essere un esempio di innovazione sociale?

Prendiamo il primo aspetto: il lato della novità e dell’efficacia della risposta. Può essere definito un esempio di innovazione sociale se (e solo se) sostituisce con una nuova proposta un modello precedente meno efficace.

È una nuova idea? Certamente no, in assoluto, ma occorre sottolineare che il termine “innovazione” va sempre riferito a un sistema concreto e “contestualizzato”: oggi può essere innovativo in un quartiere di Milano ciò che non lo sarebbe in un altro quartiere o in un’altra città. Quindi il modello può benissimo essere definito innovativo, nel sistema di contesto ipotizzato: se, per esempio, in precedenza, ciascuna famiglia era costretta a cercarsi privatamente un insegnante (magari uno studente poco più grande di età) per il proprio figlio.

Il modello è più efficace? Impareranno meglio i ragazzi? Difficile dirlo. Dipende da diversi fattori. Probabilmente la situazione potrebbe diventare più omogenea, come risultati sul rendimento scolastico. Dal punto di vista economico, la spesa complessiva, nei due modelli, è probabilmente analoga e quindi l’efficienza può essere ipotizzata simile.

Però, l’obiettivo che i ragazzi imparino meglio non è l’unico, dal punto di vista sociale: la domanda valutativa non può essere quindi solo questa.

Bisogna infatti rivolgere l’attenzione anche al secondo aspetto: occorre domandarsi se nei due casi c’è una differenza rispetto alle relazioni generate dall’intervento.

Sotto questo aspetto, possiamo rilevare alcune importanti differenze:

  • nel caso del doposcuola si riconosce il carattere sociale, e non privatistico/familiare, del bisogno, (e infatti se ne assume la spesa l’Ente Locale), spostando così l’attenzione dal bisogno individuale del ragazzino che va male a scuola, al tema sociale della comunità educante;
  • si promuove l’attività di un’associazione territoriale, soggetto costituzionalmente generatore di relazioni sociali;
  • l’incontro bisettimanale del gruppo di ragazzi può facilmente generare nuove relazioni fra i ragazzi stessi, le famiglie e gli adulti di riferimento

Sembra, quindi, che il doposcuola risponda alle caratteristiche richieste dalla definizione del Libro Bianco.

Se in un coerente processo di valutazione si riuscirà a verificare e validare queste ipotesi, si potrà affermare che il doposcuola può essere considerato un’innovazione sociale, pur non trattandosi di una idea innovativa in senso assoluto.


[1] Edizione italiana del 2011, scaricabile gratuitamente al link

http://www.felicitapubblica.it/wp-content/uploads/2016/01/Libro_bianco_innovazione_sociale.pdf

[2] A proposito, può essere interessante confrontare quanto affermato da John Dewey, oltre un secolo fa, sulla funzione dei processi educativi “…verso una società nella quale ogni persona si impegni per rendere più degne di essere vissute le vite altrui e che perciò renda più percettibili i vincoli di interdipendenza fra le persone.” Dewey (1916)

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