Parte III – Dove si propone una definizione di innovazione sociale su cui si basano le successive considerazioni.
Analizziamo meglio la definizione
L’espressione “innovazione sociale” si compone di due termini, che forse vale la pena di osservare individualmente.
Secondo Geraldine Cahill, autrice canadese, innovazione è “ideas that work”: cioè “idee che funzionano”, quindi non semplici fantasie, intuizioni … ma qualcosa di applicato, di concreto, che crea cambiamento. Definizione molto anglosassone: pragmatica, sintetica, incisiva; forse un po’ superficiale e limitata al piano descrittivo, ma efficace.
Possiamo poi definire sociale, con la Treccani, “ciò che ha attinenza con la vita dell’uomo in quanto partecipe di una comunità” [1].
Affiancare il termine “sociale” al termine “innovazione”, inteso come sopra, può significare allora “nuove idee che creano cambiamenti significativi e rilevabili nel sistema di relazioni delle comunità umane”.
Naturalmente, i cambiamenti non sono mai neutri: possono essere considerati positivi (miglioramenti) o negativi (peggioramenti), in stretto riferimento con il sistema di valori dei soggetti che propongono e di quelli che valutano le iniziative di innovazione sociale (questo è un punto cruciale, che provoca un sacco di problemi nei processi di progettazione e di valutazione!).
Occorre quindi introdurre nella definizione un elemento valoriale: possiamo farlo, inserendo il termine “auspicabili” a fianco del termine “cambiamenti”. Come abbiamo visto, già nella definizione del Libro Bianco dell’UE, si suggerisce un cambiamento sempre auspicabile, quando si pronuncia a favore di “cambiamenti che incrementano le relazioni e le collaborazioni”.
Possiamo quindi, a questo punto, definire l’innovazione sociale come “nuove idee che creano cambiamenti auspicabili nel sistema di relazioni delle comunità”.
Perché e in che modo terzo settore e volontariato sono chiamate a contribuire all’Innovazione sociale
In questa definizione si scorge con chiarezza il ruolo del Terzo Settore e, soprattutto, del Volontariato organizzato che, con la sua “Carta dei Valori del Volontariato”, è stato in grado di esplicitare un sistema di valori condiviso, che può facilmente guidare la declinazione del termine “auspicabili” in obiettivi concreti, nei processi di cambiamento sociale.
Per quanto mi riguarda, come attore sociale, mi sembra di poter approfondire la definizione UE, con una precisione maggiore nella scelta valoriale di indirizzo:
“Sono innovazioni sociali quelle nuove iniziative che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo migliorano il sistema di relazioni fiduciarie di una collettività”.
Mi sembra, infatti, che sia la fiducia, l’elemento centrale su cui investire nella costruzione di un welfare comunitario e generativo. Ma di questo parleremo più avanti.
Riassumendo:
La complessificazione delle problematiche sociali, il ritiro delle risorse pubbliche, l’evoluzione della normativa, con la riforma del Terzo settore, l’orientamento degli enti finanziatori, sono tutti fattori che spingono alla sperimentazione di progetti innovativi, verso un welfare generativo e comunitario.
Per gli Enti di Terzo Settore, inoltre, è un’opportunità straordinaria per mettere al centro delle sperimentazioni di Innovazione sociale i principi e i valori di cui sono portatori e promotori.
A due condizioni:
Che riescano a riconoscere ed esplicitare questi principi e valori, a contestualizzarli in proposte di attività progettuali e a negoziare, di conseguenza, con consapevolezza e intenzionalità, l’indispensabile co-progettazione con altri soggetti, pubblici e privati
Che imparino a rilevare e raccontare i cambiamenti che producono e non solo le attività che agiscono.
Questa seconda condizione, ci
porta immediatamente nel tema “valutazione d’impatto”.
[1] O, come affermava già più di vent’anni fa Ota de Leonardis, “….è sociale ciò che produce socialità e cioè genera e rigenera legami sociali, comunicazione, cooperazione e conflitto” (de Leonardis 1998)