Parte V – dove si vede l’importanza della teoria del cambiamento e si cominciano a intravvedere possibili percorsi
La teoria del cambiamento
Perché è necessaria una teoria del cambiamento?
Un progetto che intende raggiungere intenzionalmente obiettivi di cambiamento deve basare le sue ipotesi su una “teoria del cambiamento”.
Che sia per convincere un ente erogatore a supportare finanziariamente il progetto, o per condividere una co-progettazione con dei partner territoriali, o, infine, per suscitare la partecipazione attiva dei destinatari stessi, deve essere prodotto un modello di intervento (anche parziale e provvisorio) che spieghi perché possiamo ragionevolmente ritenere che quell’intervento avrà quell’esito.
In realtà c’è chi sostiene che la teoria non è necessaria, quando c’è la possibilità di effettuare esperimenti randomizzati controllati, scientificamente validi. Nel metodo sperimentale, se in un ambiente, a fronte di un certo input si ottiene costantemente un determinato output, si può affermare che non interessa quello che succede nella “scatola nera”: i meccanismi di cambiamento, seppur non conosciuti, “funzionano” sempre nello stesso modo e questo è ciò che conta.
È ben vero che questo metodo si è rilevato eccellente nella ricerca medica/farmaceutica, che è riuscita spesso ad affrontarne positivamente le difficoltà organizzative (ed etiche). È altrettanto vero che numerose esperienze in campo farmaceutico hanno dimostrato che non occorre capire il meccanismo di funzionamento di un farmaco per dimostrarne l’efficacia e trarne i benefici (vedi qui sotto).
Il metodo sperimentale e l’aspirina
In numerose culture dell’antichità (Greci, Sumeri, Egizi …) poi in Ippocrate (I° sec a.c.) si trova traccia dell’uso di infusi di corteccia del salice bianco per combattere la febbre e i dolori.
Evidentemente, fu una scoperta fatta più volte, probabilmente tramite tentativi ed errori, trasmessa poi per via tradizionale, orale e, in seguito, scritta.
Il rimedio continuò ad essere applicato, per tutto il medioevo. Nel 1800, con la nascita e lo sviluppo della chimica, si riuscì, innanzitutto, ad isolare, dalla corteccia del salice, il principio attivo (salicilina), poi a derivarne l’acido salicilico e, infine, a sintetizzare, da componenti chimici, l’acido acetil-salicilico, prodotto e commercializzato dalla Bayer col nome di aspirina, dal 1899.
Fino agli anni ’70 del XX secolo, però, il meccanismo di funzionamento era del tutto ignoto. Eppure, oltre all’uso tradizionale, dell’acido acetil-salicilico si era nel frattempo scoperto ed utilizzato l’effetto anticoagulante (cardioaspirina), la necessità di gastroprotettori per un uso prolungato, ecc.
Il perfezionamento del farmaco, l’ampliamento dell’utilizzo, la maggiore conoscenza degli effetti e delle controindicazioni, si sono sempre svolte, in era moderna, con metodi di ricerca sperimentali, con protocolli randomizzati, con gruppi di trattamento e gruppi di controllo, senza curarsi di ciò che avveniva nella “scatola nera”: l’azione del farmaco era del tutto ignota.
La scoperta del meccanismo di funzionamento (l’inibizione della sintesi delle prostaglandine), dal 1971, ha portato (oltre a un Premio Nobel) uno sviluppo importante delle conoscenze, ma non ha portato, in sostanza, a nuovi utilizzi o a miglioramenti nell’uso dell’aspirina, le cui potenzialità e limiti erano evidentemente state esplorate con sufficiente completezza tramite il metodo sperimentale.
Ciò sta a dimostrare che, quando ci sia il tempo necessario e un numero di soggetti adeguati e sufficienti per l’affidabilità statistica, il metodo sperimentale randomizzato, con l’approccio controfattuale, costituisce un metodo molto solido per valutare gli effetti di un intervento.
Questo metodo, però, è raramente applicabile ai processi sociali: per essere affidabile richiede tempi molto lunghi, numeri molto elevati di soggetti coinvolti, la possibilità di costituire gruppi di controllo significativamente identici al gruppo sottoposto all’intervento. In pratica, l’investimento in tempo e risorse per una valutazione di questo tipo diventa spesso insostenibile in progetti di intervento sociale.
Se poi siamo nella situazione di dover richiedere un finanziamento per realizzare un progetto (quindi prima che le attività vengano messe in atto), risulta evidente che dovremo avere qualche argomento solido per sostenere la probabilità di ottenere i risultati auspicati con il nostro intervento.
Si tratta quindi di trovare un quadro teorico di riferimento, un paradigma che consenta di sviluppare modelli credibili e realistici, che possano rappresentare almeno approssimativamente, pur senza la pretesa di un’analisi matematica appropriata, i fenomeni di cambiamento sociale che vogliamo realizzare e descrivere. Una Teoria del Cambiamento.
Riferimenti poco credibili
Togliamo subito dal campo delle scelte possibili la cosiddetta “Catena del valore”, che sembra particolarmente in auge in questo momento storico. Il mantenimento del paradigma lineare di causa-effetto inficia la possibilità di una descrizione realistica di quanto avviene in sistemi complessi. Si tratta, infatti, della semplice frammentazione della scatola nera in più “scatolette nere” con l’output della prima che diventa input per la seconda e così via. Può darsi che talvolta questa distinzione in fasi successive sia utile, sia per la costruzione e realizzazione dei progetti, sia per la loro valutazione, ma certamente non c’è alcuna attinenza con una Teoria del cambiamento che abbia un senso.
| Un esempio In un recente articolo, apparso su un sito specializzato in campo sociale, sulla descrizione di un’applicazione progettuale del metodo SROI, si può leggere la seguente affermazione: “Per mappare gli outcomes, ovvero i risultati ottenuti, è stata utilizzata la metodologia legata alla teoria del cambiamento, ovvero andando ad analizzare come era la vita della persona prima di venire ammessa al servizio e come è diventata dopo.” Questa affermazione, purtroppo, ben rappresenta, sinteticamente, quanto si rintraccia, oggi, sui mezzi di comunicazione, anche specialistici, sulla “Theory of change”. È del tutto evidente che non c’è qui alcuna Teoria, ma un “semplice” tentativo di misurare un cambiamento! L’intervento è ancora ben rappresentabile dalla “scatola nera”: guardo prima, guardo dopo e vedo se qualcosa è cambiato. Mi sembra che espressioni come “teoria del cambiamento” o “catena del valore” vengano spesso usate per il contenuto evocativo positivo, come altisonante e autoaffermativa garanzia di affidabilità scientifica, piuttosto che per il loro reale significato[1]. |
Alcune proposte
Ma criticare l’esistente è ben più facile che proporre sperimentazioni di valutazione di innovazione sociale! Vediamo ora come possiamo avanzare un po’ nella comprensione di quello che si può fare.
Per capire in quale direzione possiamo rivolgerci per poter proporre qualche stimolo e suggerimento, occorre riprendere alcune considerazioni già emerse:
- I processi sociali sono complessi e non lineari: molti eventi avvengono contemporaneamente e si influenzano vicendevolmente con processi di retroazione significativi. Anche per questo, l’idea di una catena di input-attività-output è del tutto inadatta ad una realistica descrizione di quanto accade.
- I destinatari, solitamente, appartengono ad un sistema, identificabile come tale da un osservatore: ciò significa che l’intervento/progetto/attività agisce su/in un sistema denso di relazioni e di comunicazioni, e non semplicemente su singoli elementi/persone.
- Qualunque sistema sociale è complesso e dinamico, in movimento continuo, denso di fluttuazioni e di cambiamenti, anche indipendenti dal nostro intervento.
Quello che ci possiamo proporre, pertanto, è di governare e indirizzare i processi in atto, favorendo e accelerando quei cambiamenti che consideriamo auspicabili.
Dovremo, inoltre, riuscire a dimostrare la connessione fra l’accelerazione di questi cambiamenti e il nostro intervento.
La sfida è notevole, ma oltre alla scelta del paradigma sistemico e alla conseguente rinuncia al determinismo lineare e riduzionistico, occorre premettere anche un’altra rinuncia importante: quella al rigore matematico che non deve però risultare nell’abbandono della ricerca di una modellizzazione, ma, piuttosto, nell’accettazione di modellizzazioni parziali e provvisorie (come, del resto, quasi sempre avviene nella realtà della ricerca scientifica).
L’ottica sistemica come paradigma
La prima proposta, allora, è quella di rivolgere lo sguardo alla teoria generale dei sistemi, formulata nel 1968 da Ludwig von Bertalanffy[2], per seguirne l’evoluzione scientifica e i tentativi di applicazione, da diverse modalità di approccio ed elaborazioni, ai sistemi sociali.
Non si tratta di costruire modelli matematici esatti del funzionamento dei processi sociali (missione impossibile), ma di provare a costruire modelli parziali, provvisori, che però individuino alcuni meccanismi che possano spiegare quanto avviene, in termini di cambiamento nel sistema sociale osservato.
Personalmente ritengo che questa
strada possa portare a individuare alcuni elementi ricorsivi dei sistemi
dinamici complessi, e aiutare a descrivere modalità di funzionamento che possono assumere
anche funzioni predittive, almeno dal punto di vista qualitativo, negli interventi sui sistemi
sociali.
[1] una ricerca di autorevolezza, che ricorre, allo stesso modo, nell’uso di terminologia anglosassone: usare “proxy” anziché “a occhio” o “a spanne” sembra dare spessore e affidabilità scientifica a misurazioni approssimative ricorsive, che portano inevitabilmente a risultati del tutto inaffidabili: alcune applicazioni recenti del metodo SROI evidenziano in modo imbarazzante quanto qui affermato.
[2] Biologo austriaco, membro del Circolo di Vienna, all’avvento del nazismo emigrò in America, dove influenzò , fra l’alto, la famosa Scuola di Palo Alto, di Gregory Bateson, Paul Watzlawick e molti altri scienziati, diversi dei quali europei ebrei in fuga dal nazismo.